Ci sono momenti in cui la politica, con tutte le sue divisioni, le sue passioni e anche le sue asprezze, deve fermarsi davanti a un confine invalicabile: quello del rispetto della persona.

La vicenda che ha visto protagonista l’assessore all’Ambiente Lorenzo Goppa, raggiunto da una telefonata anonima dai toni intimidatori e minacciosi, non è soltanto un episodio spiacevole della cronaca cittadina; è un campanello d’allarme su una malattia più profonda che rischia di corrodere il confronto pubblico: la convinzione, da parte di qualcuno, che chi la pensa diversamente debba essere zittito, umiliato, intimidito.

E questo non è più confronto politico; è semplicemente inciviltà.

Lo dico con la serenità di chi non ha mai avuto timore di criticare questa amministrazione comunale, di chi nei propri articoli ha spesso contestato scelte, indirizzi e decisioni della giunta; ma proprio perché la critica politica deve essere libera e senza sconti, deve anche essere coerente nei suoi principi.

E un principio viene prima di ogni appartenenza: nessuno deve essere minacciato per le proprie idee.

Lorenzo Goppa è una persona che può essere criticata, come ogni amministratore pubblico; può essere contestato nel merito delle sue battaglie, delle sue posizioni sull’ambiente, sulla caccia o su qualsiasi altro tema. La politica è fatta di questo: di opinioni diverse, di visioni contrapposte, di maggioranze e opposizioni che si affrontano ogni giorno.

Ma sarebbe intellettualmente scorretto non riconoscere che Goppa è una persona preparata, appassionata e competente nel suo ruolo; un amministratore che porta avanti le proprie convinzioni con determinazione e che, proprio per questo, deve essere giudicato attraverso gli strumenti della democrazia e non attraverso la paura.

Chi non condivide le sue idee ha mille strumenti per dirlo: può scrivere, protestare, organizzare iniziative, criticare pubblicamente, votare contro. Può fare politica. Quello che non può fare è pensare che una telefonata anonima, un insulto o una minaccia possano diventare una scorciatoia per cancellare il pensiero altrui.

La democrazia non è un luogo per persone sempre d’accordo; è il luogo dove persone diverse imparano a convivere.

Anzi, la democrazia vera spesso è rumorosa, persino fastidiosa: vive di polemiche, di discussioni accese, di articoli critici, di parole dure. Ma tra la durezza delle idee e la violenza delle intimidazioni c’è un abisso enorme; e chi lo supera dimostra soltanto di non avere argomenti.

Una volta la politica era anche battaglia: ci si scontrava nelle piazze, sui giornali, nei consigli comunali. Ma l’avversario rimaneva un avversario, non un bersaglio.

Oggi invece assistiamo troppo spesso alla trasformazione del dissenso in odio personale; alla confusione tra il diritto di criticare e il desiderio di cancellare chi non la pensa come noi.

Per questo, al di là delle opinioni politiche, va espressa una condanna netta e senza ambiguità.

A Lorenzo Goppa si può rispondere con una critica; si può smontare una sua idea; si può contestare una sua scelta amministrativa. Ma non si può mai pensare di intimidirlo.

Perché quando qualcuno minaccia un rappresentante delle istituzioni non colpisce soltanto quella persona: colpisce la libertà di tutti noi di parlare, discutere e dissentire.

Viva dunque la lotta spassionata delle idee; viva il confronto anche duro, anche feroce, anche senza risparmiare critiche.

Ma abbasso le offese, abbasso le minacce, abbasso la vigliaccheria di chi pensa che il silenzio degli altri si possa ottenere con la paura.

La democrazia non appartiene a chi urla più forte: appartiene a chi sa ancora discutere.

Adalberto Ravazzani 

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