«Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.»

Umberto II, Roma, 13 giugno 1946.  

Ci sono personaggi che la storia condanna e personaggi che la storia dimentica. Umberto II di Savoia appartiene probabilmente alla seconda categoria. Troppo monarchico per essere celebrato dalla Repubblica, troppo sconfitto per diventare un mito della tradizione monarchica, troppo breve il suo regno per lasciare dietro di sé opere, riforme o grandi decisioni di governo. Eppure, a ben guardare, il suo lascito più importante non si misura in ciò che fece da re, ma in ciò che decise di non fare quando avrebbe potuto trascinare l’Italia verso un nuovo abisso.

Per comprendere la portata di quella scelta bisogna tornare a un’Italia che oggi fatichiamo persino a immaginare. L’Italia del 1946 non era il Paese prospero che sarebbe diventato negli anni del miracolo economico. Era una nazione esausta, affamata, devastata dai bombardamenti, percorsa da odi politici ancora incandescenti. Le ferrovie erano distrutte, le industrie funzionavano a singhiozzo, centinaia di migliaia di famiglie piangevano i propri morti e milioni di italiani portavano addosso, oltre alle ferite materiali, quelle morali lasciate da vent’anni di dittatura e da una guerra che aveva assunto i tratti di una tragedia nazionale.

Dal settembre del 1943 all’aprile del 1945 l’Italia aveva conosciuto qualcosa che per molti anni si sarebbe preferito non chiamare con il suo vero nome: una guerra civile. Italiani contro italiani. Soldati della Repubblica Sociale contro partigiani. Monarchici contro fascisti. Comunisti contro anticomunisti. Regolamenti di conti, vendette, esecuzioni sommarie. Quando i cannoni tacquero, il Paese non ritrovò improvvisamente la pace. Ritrovò soltanto un armistizio tra rancori ancora vivi.

In quel clima maturò la questione destinata a decidere il futuro della nazione: quale forma avrebbe assunto lo Stato italiano una volta terminata la guerra?

La monarchia arrivava all’appuntamento con la storia gravata da responsabilità enormi. Il nome di Vittorio Emanuele III evocava inevitabilmente il ventennio fascista. Gli italiani ricordavano il sovrano che nel 1922 non aveva fermato la Marcia su Roma, che aveva firmato le leggi liberticide del regime, che aveva avallato le campagne coloniali e le leggi razziali del 1938 e che infine, nel momento più drammatico della storia nazionale, era fuggito da Roma dopo l’armistizio dell’8 settembre lasciando esercito e popolazione in uno stato di disorientamento che ancora bruciava nella memoria collettiva.

Quando gli italiani si prepararono a votare nel giugno del 1946, il vero imputato non era dunque Umberto. Era suo padre.

Questa distinzione, fondamentale per comprendere gli eventi, viene spesso dimenticata. Umberto godeva infatti di una considerazione assai diversa. Più giovane, più moderno nei modi e nelle idee, meno compromesso con il fascismo, il principe ereditario appariva a molti come il possibile artefice di una monarchia costituzionale rinnovata, sul modello britannico. Non era un rivoluzionario, né un uomo estraneo alla cultura della sua dinastia. Ma rappresentava una generazione diversa da quella del padre e molti italiani, persino tra coloro che non si dichiaravano monarchici, ritenevano che la Corona avrebbe avuto maggiori possibilità di sopravvivenza se fosse passata prima nelle sue mani.

Fu proprio per questo che, quando ormai il referendum appariva inevitabile, Vittorio Emanuele III decise di compiere l’ultimo tentativo per salvare la dinastia. Il 9 maggio 1946 abdicò in favore del figlio.

Era una mossa tardiva.

Gli avversari della monarchia la considerarono un espediente elettorale; i sostenitori la giudicarono un sacrificio necessario. In ogni caso il destino della Corona sarebbe stato deciso poche settimane dopo dal voto popolare.

La campagna referendaria fu tra le più intense e appassionate della storia italiana. Non si votava per un governo, per un programma economico o per una maggioranza parlamentare. Si votava per l’identità stessa dello Stato. Da una parte vi erano coloro che vedevano nella Repubblica la definitiva liberazione dall’eredità del fascismo e del compromesso monarchico con la dittatura. Dall’altra coloro che ritenevano la Corona l’unica istituzione capace di garantire continuità e stabilità in un Paese sconvolto dagli estremismi politici.

Le piazze si riempirono di manifesti, bandiere e comizi. Le discussioni dividevano famiglie e amicizie. L’Italia appariva come una nazione sospesa tra due visioni del proprio passato e del proprio futuro.

Il 2 giugno 1946 oltre ventiquattro milioni di cittadini si recarono alle urne. Per la prima volta votarono anche le donne. Fu un momento straordinario della storia nazionale, il primo vero grande esercizio di sovranità popolare dopo la caduta del regime.

Quando iniziarono ad arrivare i risultati, apparve subito evidente una spaccatura geografica impressionante. Il Nord si orientava prevalentemente verso la Repubblica. Il Sud, al contrario, rimaneva in larga misura fedele alla Monarchia. Alla fine la Repubblica ottenne circa dodici milioni e settecentomila voti contro i poco più di dieci milioni e settecentomila della Monarchia.

Il risultato sembrava chiaro, ma non bastò a spegnere le polemiche.

Fin dai giorni successivi si aprì un acceso dibattito sul conteggio delle schede bianche, sul significato giuridico della maggioranza richiesta e sulla posizione di centinaia di migliaia di Internati Militari Italiani che, dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale, avevano trascorso mesi nei lager tedeschi e in molti casi non erano riusciti a partecipare alla consultazione. Su questi temi si sviluppò una controversia destinata a durare decenni e che ancora oggi alimenta studi e discussioni. Tuttavia, nessuna ricostruzione storica ha mai prodotto prove tali da dimostrare con certezza che il risultato finale sarebbe stato diverso.

Nel frattempo il Paese stava entrando in una fase pericolosissima.

A Napoli, città profondamente monarchica, la tensione esplose. Migliaia di persone scesero nelle strade contestando gli esiti del referendum. Gli scontri con le forze dell’ordine provocarono morti e feriti. Per alcuni giorni sembrò che il fragile equilibrio nazionale potesse spezzarsi.

E qui emerge la figura di Umberto II.

Molti dimenticano che in quelle ore il quadro istituzionale non era ancora completamente definito. Esistevano ricorsi, contestazioni e margini di incertezza. Il sovrano avrebbe potuto irrigidire la propria posizione. Avrebbe potuto appellarsi alle regioni monarchiche. Avrebbe potuto alimentare la protesta. Avrebbe potuto trasformare il conflitto politico in una prova di forza.

Non lo fece.

Ed è probabilmente in quella rinuncia che si trova il significato storico della sua figura.

Il 13 giugno 1946 Umberto lasciò l’Italia diretto verso l’esilio portoghese. Partì senza eserciti, senza proclami insurrezionali, senza chiamare i suoi sostenitori alla resistenza. Partì sapendo che difficilmente avrebbe rivisto la propria patria e che con lui si chiudeva una dinastia che aveva accompagnato l’unificazione nazionale e governato il Regno d’Italia per ottantacinque anni.

Molti videro in quella partenza una resa.

Forse fu qualcosa di più complesso.

Umberto era convinto che esistessero questioni ancora aperte sul referendum. Non nascose mai le proprie riserve. Ma comprese che una battaglia per il trono avrebbe rischiato di incendiare un Paese già devastato da una guerra civile conclusa appena dodici mesi prima. Scelse dunque di sacrificare la Corona per preservare la pace pubblica.

È impossibile sapere che re sarebbe stato. La storia non si scrive con i condizionali. Possiamo però osservare che gran parte dei contemporanei, amici e avversari, riconoscevano in lui caratteristiche profondamente diverse da quelle del padre. Più vicino alle monarchie parlamentari dell’Europa occidentale, più attento al ruolo costituzionale della Corona, più incline a interpretare il sovrano come arbitro e non come protagonista della vita politica.

Forse avrebbe avuto successo. Forse no.

Ciò che sappiamo con certezza è che il suo ultimo atto politico fu anche il più importante.

Onorare oggi la memoria di Umberto II non significa assolvere la monarchia dalle sue responsabilità storiche. Non significa dimenticare gli errori dei Savoia. Non significa contestare la legittimità della Repubblica italiana, nata dalla volontà popolare espressa nel giugno del 1946.

Significa riconoscere che, nel momento in cui l’Italia rischiava di precipitare nuovamente nello scontro fratricida, l’ultimo re scelse di non trasformare la propria sconfitta in una tragedia nazionale.

Per questo motivo, forse, il giudizio della storia su Umberto II merita di essere più equilibrato di quanto spesso sia stato. Non fu il re che cambiò il destino dell’Italia. Fu il re che, nel momento decisivo, rinunciò a cambiarlo con la forza.

Adalberto Ravazzani 

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