Se la vogliamo dire senza anestesia, in una versione che Murray Rothbard probabilmente non avrebbe troppo interesse a smussare, è questa: c’è una differenza sostanziale tra chi il lavoro lo fa e chi il lavoro lo racconta. E no, non è una differenza neutra. È una differenza di pelle, di rischio, di conseguenze. Perché il lavoro vero — quello che ti paga (o non ti paga) le bollette — non è un tema, è una condizione. E le condizioni non si interpretano: si vivono.
Già Jean-Baptiste Say, molto prima dei palchi e dei riflettori, aveva capito una cosa semplice e quasi imbarazzante per quanto è concreta: il valore nasce da chi produce, da chi scambia, da chi rischia. Non da chi descrive il processo, ma da chi ci sta dentro. L’imprenditore che apre, investe, magari sbaglia e riparte; il lavoratore che produce, consegna, sopporta gerarchie e scadenze: sono loro che tengono in piedi il sistema. Il resto, nella migliore delle ipotesi, è commento.
E qui viene il bello — o il grottesco, dipende da come la si guarda. Perché se c’è uno che aveva messo il lavoro al centro di tutto, quello era Karl Marx. Il filosofo tedesco una cosa l’aveva capita: il lavoro non è uno slogan, è il cuore del sistema. È conflitto, è fatica, è rapporto di forza. Non è un jingle tra una chitarra, un applauso o una strofa rap tatuata. Ed è difficile non immaginarselo oggi, davanti al Concertone del Primo Maggio, mentre ascolta l’ennesimo monologo ben confezionato e si chiede dove sia finita tutta quella materialità che lui vedeva ovunque.
Perché al concertone succede una cosa quasi surreale: più si parla di lavoro, meno il lavoro si vede. Diventa uno sfondo, una parola chiave, un’etichetta buona per tenere insieme la scaletta. Sul palco si alza il volume, nella realtà resta il rumore di fondo di sempre: contratti a tempo, fatture che rincorrono pagamenti, aziende che fanno i conti con costi e margini, persone che cercano semplicemente di arrivare a fine mese senza trasformare ogni scelta in una scommessa.
Il cortocircuito è tutto lì, ed è difficile non vederlo. Da una parte chi il lavoro lo vive come necessità — lavoratori e imprenditori, spesso messi nello stesso calderone ma uniti da una cosa fondamentale: senza lavoro non stanno in piedi — dall’altra chi lo trasforma in narrazione, in linguaggio, in posizione morale. Non è una colpa, è un mestiere. Ma è un mestiere che ha un vizio: tende a semplificare quello che non dovrebbe essere semplificato.
E allora ecco la scena: monologhi sulla precarietà pronunciati in contesti tutt’altro che precari, indignazioni perfettamente calibrate, applausi al momento giusto, parole che suonano bene ma che non devono mai sporcarsi troppo con la realtà che evocano. Perché la realtà, quella vera, è meno elegante: è fatta di turni spezzati, di clienti che non pagano, di normative che cambiano mentre stai ancora cercando di capire le precedenti, di responsabilità che non si possono scaricare con un discorso ben riuscito.
Il punto non è vietare a qualcuno di parlare — non è questo il problema e non lo è mai stato. Il punto è la sproporzione tra chi prende la parola e chi paga il prezzo. Perché nel racconto del lavoro spesso sparisce proprio chi il lavoro lo regge: chi lo fa e chi lo crea. I lavoratori diventano categoria, gli imprenditori spesso caricatura, quando va bene comparsa. E invece sono gli unici due soggetti senza i quali tutta la conversazione non avrebbe neanche senso di esistere.
Così la Festa dei Lavoratori finisce per trasformarsi in una specie di rappresentazione teatrale ben illuminata, dove il lavoro viene evocato ma non attraversato, celebrato ma non compreso fino in fondo. E il Concertone del Primo Maggio diventa il simbolo perfetto di questo slittamento: un evento che parla continuamente di lavoro riuscendo, con una certa costanza, a non toccarlo davvero.
Il paradosso finale è quasi ironico: più si alza il volume del racconto, più si abbassa il peso delle parole. Perché il lavoro non ha bisogno di essere cantato per esistere, e soprattutto non ha bisogno di essere semplificato per essere capito. Ha bisogno di essere preso sul serio. Da chi lo fa, da chi lo dà, e — ogni tanto — anche da chi ne parla.
Il resto è scenografia. E la scenografia, per definizione, non paga stipendi.
Adalberto Ravazzani

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