DUE CHIACCHIERE CON PAOLO TOSI, CAPITANO DELL’A.C. PAVIA
di Davide Campagnoli

PAVIA – Paolo, mi spieghi il tuo percorso calcistico, dal settore giovanile fino ad arrivare all’AC Pavia?

«Il mio percorso è cominciato al Milan, e ancora oggi considero quei cinque anni una delle grandi fortune della mia vita, non solo sportiva. 1 anno di provini insieme ad altri più di mille bambini, rimanemmo in 16 e mi fu affidata la fascia di capitano. Ero un bambino e, a dire il vero, quella fascia mi faceva quasi più paura che piacere. A posteriori, è stata una fortuna: non tanto per il calcio, ma più per la vita. La lezione più importante, che mi veniva costantemente ripetuta, era: non conta ciò che dici di essere, ma ciò che il tuo comportamento rivela quando nessuno ti chiede di dimostrarlo. Se chiedi agli altri coraggio, devi averne per primo; se chiedi serietà, non puoi concederti leggerezze; se vuoi un gruppo unito, devi essere disposto a condividere anche le inquietudini di ciascuno, perché se un compagno ha un problema, quel problema è anche tuo. E, paradossalmente, più una persona ha responsabilità, meno dovrebbe sentire il bisogno di mettersi al centro. Ho proseguito fino ai 18 anni, passando anche da Como e Cremonese, poi ho scelto gli studi e mi sono fermato. Per qualche anno il calcio è rimasto silenzioso. Quattro anni fa sono tornato a giocare e il cammino mi ha regalato un dono inatteso, l’AC Pavia».

Qual è il tuo ruolo e quale ruolo prediligi in campo?

«Mi piace il ruolo di play davanti alla difesa. Forse perché, tra i ruoli del calcio, è quello in cui il “muscolo cerebrale” è più stimolato. Mi piace l’idea che ogni azione sia, in fondo, un piccolo problema da risolvere: cercare lo spazio giusto, anticipare quello che sta per accadere, capire dove porterà una scelta prima ancora di compierla. Mi piace pensarmi come quello che prova a creare le condizioni perché gli altri possano recitare meglio. Se una mia scelta mette un compagno nella condizione di fare la cosa giusta, per me l’azione è già riuscita, anche se il mio nome non compare da nessuna parte. E poi c’è il difensore centrale, con inclinazione alla prima costruzione del gioco, che continuo a guardare con grande fascino. Anche lì ritrovo quella stessa idea di calcio che mi piace: leggere prima, intervenire poi».

C’è un giocatore, del passato o del presente, a cui ti sei ispirato?

«Un giocatore in particolare non l’ho mai avuto. In generale, mi affascina chiunque sappia fare qualcosa che io non so fare (così anche nel lavoro e nella vita privata). Il compagno che ha una qualità tecnica che io non possiedo, quello che in campo vede una giocata che a me sfugge, quello che ha una sensibilità diversa nel leggere le persone e le situazioni extra campo. Forse è perché ho sempre pensato che non si cresce cercando di assomigliare a qualcuno, ma riconoscendo negli altri ciò che ancora manca a te. Il calcio, da questo punto di vista, è una scuola straordinaria: ogni compagno custodisce una qualità che puoi imparare a guardare, anche quando non puoi imparare a possederla nello stesso modo. Per questo non ho mai avuto un unico idolo, ma tanti piccoli maestri, spesso senza che loro lo sapessero. E nella nostra stessa squadra ne conto diversi. Limitandomi al mio ruolo, certamente i miei idoli sono Giacomo Speroni e Luca Rolfini, proprio perché abbiamo caratteristiche diverse e da loro ho avuto e ho molto da imparare».

Che significato ha per te indossare la maglia dell’AC Pavia e oggi esserne il capitano?

«Una maglia, soprattutto quando ha una storia, non è mai soltanto una maglia. È una memoria che si indossa. Quella del Pavia porta con sé una città, una tradizione, generazioni di persone che l’hanno vista cambiare, cadere, rialzarsi. E la fascia, per me, ha un significato ancora più profondo. L’ho indossata quando ero un ragazzo e la indosso oggi che sono tornato al calcio da adulto. Con il tempo ho capito però che essere capitano è un piccolo paradosso: sei visto come il primo, ma devi imparare a essere l’ultimo. Primo nel prenderti una responsabilità, ultimo nel chiedere qualcosa per te. Devi essere quello che si preoccupa che gli altri stiano bene, anche quando tu non stai benissimo. In fondo, la fascia non dovrebbe metterti davanti agli altri, ma un passo dietro di loro: abbastanza vicino da sostenerli, osservarli e capirne lo stato d’animo, abbastanza lontano da lasciarli brillare».

Che emozione ti dà vedere il grande seguito dei tifosi, che accompagnano e sostengono la squadra ovunque giochi?

«Quando sei in campo senti le loro voci, vedi una sciarpa dietro una recinzione, riconosci volti che ritornano ogni domenica. E pensi che, mentre tu hai novanta minuti da giocare, loro hanno scelto di regalare una parte della loro giornata a quella maglia. La cosa che mi emoziona di più è che il tifo rende il calcio una storia collettiva. Noi siamo soltanto i custodi di un capitolo: loro, in qualche modo, sono quelli che hanno continuato a leggere il libro anche quando le pagine erano più difficili. E allora, quando entri in campo, capisci che non giochi soltanto per qualcuno. Giochi insieme a qualcuno».

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