Cesare Vitali: «Si parla di memoria permanente, poi quando la memoria chiede uno spazio concreto arriva il silenzio»

La storia di un monologo sulla Shoah, una sala comunale prima concessa e poi negata, una denuncia all’Osservatorio antisemitismo e una riflessione più ampia sul rapporto tra cultura, istituzioni e memoria.
Ci sono parole che hanno un peso particolare quando vengono pronunciate dalle istituzioni. Parole come memoria, Liberazione, antifascismo, Shoah. Parole che richiamano valori che dovrebbero appartenere all’intera comunità, al di là delle appartenenze politiche.
È proprio da una riflessione sulla memoria del 25 aprile che nasce la vicenda raccontata da Cesare Vitali, scrittore, autore teatrale e insegnante in pensione pavese.
Al centro c’è il suo monologo dedicato alla Shoah, un lavoro che da tre anni porta soprattutto nelle scuole superiori e che racconta non soltanto la tragedia dei campi di sterminio, ma anche il momento successivo: quello del ritorno degli internati alla libertà.
«Gli internati di Auschwitz ritornano. Il mio monologo finisce proprio in quel periodo, tra il 25 aprile e il primo maggio. Perché la liberazione non è soltanto il giorno in cui cade un regime, ma è anche il lungo cammino delle persone che devono ricostruire la propria vita dopo aver vissuto l’orrore».
Secondo Vitali, il progetto nasceva in piena sintonia con un principio espresso pubblicamente dalla politica cittadina.
«Il 25 aprile non deve essere soltanto una giornata»
Vitali ricostruisce il punto di partenza.
«L’anno scorso, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, il sindaco di Pavia aveva sottolineato il valore di una memoria che non poteva essere concentrata soltanto in una giornata, ma doveva vivere sempre, diventare patrimonio quotidiano della città».
È proprio da questa idea che Vitali pensa di proporre il suo lavoro.
«Ho pensato: se la memoria deve essere qualcosa di vivo, allora un monologo sulla Shoah, portato nelle scuole e costruito per raccontare la storia degli internati, poteva essere un modo concreto per dare seguito a quelle parole».
Non una manifestazione politica, precisa Vitali.
«Non era un’iniziativa di partito. Non era un comizio. Era cultura. Era una testimonianza».
La richiesta di uno spazio pubblico sembra inizialmente possibile.
«Mi viene detto: ti faremo chiamare da qualcuno della giunta».
Ma da quel momento, racconta Vitali, comincia un percorso fatto di attese e rinvii.
«Ho aspettato, ho scritto, ho chiamato. Nessuno mi dava una risposta»
«Vengo contattato da una consigliera che mi chiede di rimanere in attesa. Io aspetto».
Passano i giorni.
«Dopo quindici giorni provo a ricontattarla. Telefono, scrivo, ma non ricevo risposta. Lascio trascorrere altro tempo e ormai il periodo che avevamo individuato era praticamente passato».
Quando finalmente riesce a parlare nuovamente della questione, Vitali racconta di aver ricevuto una risposta che lo avrebbe lasciato amareggiato.
«Mi viene detto che lei si occupava soltanto degli eventi e che aveva altre cose da fare».
A quel punto decide di rivolgersi direttamente al sindaco.
«Da lì vengo indirizzato verso un altro rappresentante dell’amministrazione».
Secondo il racconto di Vitali, attraverso la segreteria viene individuata una sala.
«Mi viene assegnata una chiesetta. Io considero la cosa definita. Come fa chi organizza un evento, preparo il materiale, i volantini, comunico la notizia».
Poi arriva il cambio di programma.
«Il giorno dopo ricevo un messaggio su WhatsApp nel quale mi viene comunicato che il permesso per la sala è stato negato».
«La domanda non è solo perché è stata negata la sala, ma perché non c’è stato confronto»
Per Vitali il punto centrale non è soltanto la decisione amministrativa.
«Un’amministrazione può avere le proprie motivazioni. Ma quello che mi ha colpito è stata la mancanza di un confronto».
Racconta di aver chiesto chiarimenti.
«Ho domandato spiegazioni, ma non ho ricevuto risposte che mi permettessero di capire davvero cosa fosse successo».
Una vicenda che, secondo Vitali, assume un significato particolare proprio perché riguarda la Shoah.
«Non stiamo parlando di un qualsiasi spettacolo. Stiamo parlando di un lavoro sulla memoria dei deportati, degli internati, delle vittime del nazismo».
«Sono stato accusato di essermi servito di un partito»
Un altro capitolo riguarda le polemiche politiche.
Vitali racconta di essere stato accusato di avere utilizzato il Movimento 5 Stelle per ottenere la disponibilità della sala.
«Questa cosa mi ha ferito perché non era così. Io avevo un rapporto per organizzare un’iniziativa culturale. Il contenuto era il monologo sulla Shoah».
Secondo Vitali, la memoria dovrebbe essere sottratta alle logiche di appartenenza.
«Quando si parla di Shoah non esistono colori politici. Non è una bandiera di una parte contro un’altra. È una responsabilità collettiva».
Il nodo del conflitto internazionale
Nel racconto di Vitali entra anche il clima politico più ampio.
«Io ho avuto posizioni molto critiche su alcuni temi: il termine genocidio, l’antisemitismo, il sionismo. Su queste questioni ho avuto una frattura molto forte con alcune persone».
Secondo Vitali, proprio questo contesto avrebbe contribuito a creare un clima negativo.
«Ho avuto la sensazione che qualcuno abbia pensato che il mio monologo sulla Shoah potesse essere letto alla luce di quello che stava accadendo in Israele».
Una lettura che Vitali respinge.
«È un ragionamento che non ha senso. Un monologo sulla Shoah parla della Shoah. Non è uno strumento per giustificare o condannare una posizione politica contemporanea».
Per questo motivo, racconta, decide di segnalare la vicenda.
La segnalazione all’Osservatorio antisemitismo
«Ho inviato una segnalazione all’Osservatorio antisemitismo di Roma perché ritenevo importante raccontare quello che era successo».
La sua scelta, spiega, nasce dalla delicatezza del tema.
«Quando si parla di antisemitismo bisogna essere molto attenti. La memoria della Shoah non può essere trattata come un terreno di opportunità politica».
La vicenda viene poi ripresa dai giornali locali e dall’agenzia Ansa, trasformandosi in un caso pubblico.
Ma secondo Vitali resta una domanda senza risposta.
«Dopo che la vicenda è diventata pubblica, nessuno dell’amministrazione mi ha chiamato».
«La cosa che mi ha fatto più male è stato il silenzio»
La parola che torna più volte nel racconto di Vitali è una sola: silenzio.
«Non ho ricevuto scuse. Nessuno mi ha detto: forse abbiamo sbagliato qualcosa».
Per lui non era soltanto una questione politica.
«Non serviva schierarsi. Bastava un gesto umano».
L’unica solidarietà, racconta, sarebbe arrivata dalla professoressa Giovanna Riccardi.
«Lei ha avuto una sensibilità diversa. Ha espresso vicinanza, anche se è stata, e lo dico senza remore, costretta a dimettersi dall’attuale giunta. ».
Vitali collega poi questo episodio alla successiva uscita di scena di Riccardi dal ruolo istituzionale.
«Anche in quel caso, al di là delle posizioni politiche, mi ha colpito il silenzio».
Una storia civile iniziata con Loris
La vicenda del monologo si inserisce in una storia personale più lunga.
Vitali parla anche del suo compagno Loris, con cui ha condiviso una relazione iniziata nel 1976, in anni in cui vivere pubblicamente una coppia dello stesso sesso aveva un significato profondamente diverso rispetto a oggi.
«La nostra non è stata soltanto una storia privata. È stata anche una storia civile».
Una delle prime esperienze pubbliche di una coppia omosessuale a Pavia, racconta Vitali, vissuta in un periodo nel quale il riconoscimento sociale era molto più difficile.
«Abbiamo vissuto battaglie, abbiamo cercato di dare dignità a persone che spesso non avevano voce. Oggi sono pure snobbato dall’assessorato preposto che dovrebbe occuparsi dei “diritti civili e delle vere lotte che hanno permesso un cambio di paradigma e coscienza».
Secondo Vitali, anche questa parte della storia cittadina non sarebbe stata abbastanza valorizzata.
«Non chiedo celebrazioni personali. Ma una città dovrebbe ricordare chi ha contribuito, anche nel piccolo, a cambiare la mentalità».
«Ho scritto cinque libri, ma mi sento invisibile»
Negli ultimi anni Vitali ha sviluppato un percorso artistico intenso.
«Ho scritto cinque libri, centinaia di poesie, diversi monologhi».
Non soltanto sulla Shoah.
«Ho scritto anche un lavoro sul dolore, sulla perdita, sull’amore. Ho raccontato una vicenda personale legata alla mancanza del riconoscimento civile in anni difficili».
E poi il teatro.
«Ho preparato anche un monologo su Maria Callas, dedicato al mondo della musica e della lirica».
Ma il tema che ritorna è quello della valorizzazione.
«Io non mi sento considerato né come cittadino né come artista».
Una riflessione che riguarda anche gli autori locali.
«Una città dovrebbe essere orgogliosa dei propri scrittori. Anche chi pubblica con piccole case editrici può portare cultura».
La domanda che rimane
La vicenda di Cesare Vitali, al di là delle diverse interpretazioni politiche, apre una riflessione.
Che cosa significa davvero difendere la memoria?
È sufficiente celebrare il 25 aprile nelle ricorrenze ufficiali oppure la memoria deve tradursi in spazi, occasioni e ascolto?
Per Vitali la risposta è chiara.
«La Shoah non può essere ricordata soltanto nelle cerimonie. Deve vivere attraverso le persone che raccontano, attraverso la cultura, attraverso i giovani».
La sua storia parte da una sala negata.
Ma la domanda che lascia sul tavolo è più ampia:
una città che dice di voler custodire la memoria è pronta anche a dare spazio a chi quella memoria prova concretamente a tramandarla?
Adalberto Ravazzani

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