C’è stato un momento preciso in cui il giornalismo italiano ha smesso di raccontare i fatti e ha iniziato a divorare le persone. Non è accaduto in una redazione fumosa degli anni Settanta, né dentro i salotti televisivi urlanti dell’ultimo decennio. È accaduto lentamente, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, mentre il mestiere dell’informazione si trasformava in una forma raffinata di sciacallaggio morale. Il caso di Alberto Stasi è stato uno dei primi, giganteschi, inequivocabili segnali di questo collasso.
Prima ancora delle sentenze, prima delle perizie, prima della giustizia, arrivò la narrazione. E la narrazione aveva già deciso tutto. Alberto Stasi doveva essere colpevole non tanto perché esistessero prove definitive, ma perché appariva “giusto” che lo fosse. Troppo freddo. Troppo composto. Troppo educato. Troppo lucido. In un Paese infantile, che pretende il pianto televisivo come certificato di innocenza, la compostezza divenne immediatamente un’aggravante morale.
La stampa italiana costruì attorno a lui un laboratorio perfetto di mostrificazione.
Non fu cronaca. Fu antropologia da circo.
Ogni dettaglio divenne materiale per la pubblica esecuzione: il tono della voce, i vestiti, il modo di camminare, le espressioni facciali, la postura davanti alle telecamere. La domanda implicita non era più “che cosa è accaduto?”, ma “che tipo umano abbiamo davanti?”. E poiché il giornalismo italiano aveva già smesso da tempo di essere ricerca della verità per diventare psicologia da bar, Stasi fu trasformato in un personaggio prima ancora che in un imputato.
Il passaggio è decisivo.
Quando un uomo diventa personaggio, la verità smette di interessare. Conta soltanto la coerenza narrativa. E nella grande fiction tossica dell’informazione italiana, Alberto Stasi doveva interpretare il ruolo del fidanzato ambiguo, algido, quasi letterario. La sua figura venne piegata alle necessità drammaturgiche di televisioni affamate di share e giornali incapaci di distinguere il racconto dall’isteria.
Non si cercava la realtà. Si cercava il mostro.
Ed è qui che il giornalismo italiano ha mostrato il proprio degrado culturale.
Un giornalismo serio sa che il dubbio è una disciplina. Quello italiano lo ha trasformato in spettacolo. Ha confuso l’analisi con l’insinuazione, la cronaca con il pettegolezzo criminale. Intere trasmissioni costruirono carriere sulla pornografia del sospetto. Opinionisti improvvisati, criminologi televisivi, esperti di nulla elevati a sacerdoti della chiacchiera permanente. L’informazione si fece teatro della suggestione.
Nel caso Stasi, il problema non è soltanto l’accanimento mediatico. È qualcosa di più profondo e più grave: l’idea che la percezione pubblica possa sostituire la complessità giudiziaria. Il processo mediatico diventò più importante del processo reale. La colpevolezza, in Italia, iniziò ad essere una sensazione collettiva.
Ed è precisamente questo il sintomo di una civiltà in declino.
Perché una società matura distingue tra fatti e pulsioni. Una società decadente, invece, ha bisogno di sacrifici rituali. Ha bisogno del colpevole da consumare davanti allo schermo. Non importa se assolto, condannato, indagato o innocente: ciò che conta è la funzione simbolica della vittima mediatica. Il giornalismo contemporaneo non informa più; organizza linciaggi emotivi a ciclo continuo.
Il caso Stasi ha inaugurato un modello che poi sarebbe diventato sistema. Prima il volto in prima pagina, poi la semplificazione morale, infine la serializzazione televisiva del dolore. Il delitto trasformato in format. La tragedia ridotta a prodotto editoriale. L’approfondimento sostituito dalla ripetizione ossessiva delle stesse immagini, degli stessi commenti, degli stessi sospetti.
Eppure la cosa più inquietante non è la brutalità del meccanismo. È la sua vacuità.
Mai come oggi abbiamo avuto accesso a una quantità sterminata di informazioni, archivi, strumenti di verifica, fonti, documenti, conoscenze. Eppure mai come oggi il livello medio del giornalismo è apparso così miseramente basso. Più dati possediamo, meno pensiero produciamo. Più notizie circolano, meno comprensione esiste.
Il giornalista contemporaneo spesso non studia, vive di scuole, accademie e certificazioni ma non approfondisce, non interpreta. Reagisce. Commenta e sputa sentenze. Amplifica. Vive immerso nella tirannia del flusso continuo. Non costruisce gerarchie di senso: insegue il rumore. È diventato un operatore dell’immediatezza, un funzionario della superficie.
Per questo il giornalismo italiano appare oggi decadente e inutile.
Non perché manchino i mezzi, ma perché manca il coraggio intellettuale. Manca la capacità di sottrarsi alla doxa, all’opinione dominante, alla morale prefabbricata. Manca soprattutto il gusto della verità, che è sempre lenta, scomoda, contraddittoria.
Indro Montanelli — con tutti i suoi limiti, le sue ombre, le sue contraddizioni — apparteneva ancora ad una tradizione in cui il giornalista era chiamato a disturbare il conformismo, non ad amministrarlo. Oggi, invece, gran parte dell’informazione vive della ripetizione compulsiva delle stesse formule morali. Non esistono più cronisti: esistono amplificatori di consenso.
E così i giornalisti sono diventati i profeti del nulla.
Parlano incessantemente senza dire niente. Riempiono ore televisive senza produrre una sola idea. Confondono il clamore con la rilevanza, la visibilità con la verità, l’emozione con il pensiero. Sono sacerdoti di una religione mediatica fondata sull’indignazione istantanea e sull’oblio rapidissimo.
Il caso Alberto Stasi resta allora qualcosa di più di una vicenda giudiziaria. È uno specchio. Dentro quella storia si riflette il naufragio culturale dell’informazione italiana. La mostrificazione preventiva, l’ossessione voyeuristica, la trasformazione dell’uomo in maschera narrativa: tutto questo non appartiene soltanto a un singolo caso, ma a un intero sistema malato.
Un sistema che non vuole capire, ma consumare.
Liberarsi della doxa significa allora recuperare il senso più antico del giornalismo: dubitare, verificare, contestualizzare. Significa opporsi alla folla quando la folla pretende un colpevole immediato. Significa ricordare che la giustizia non può essere sostituita dall’emotività televisiva e che la dignità di una persona non può dipendere dall’audience.
Il vero giornalismo non assolve né condanna. Cerca.
Ed è proprio questa ricerca, oggi, la cosa più scandalosamente assente.
Adalberto Ravazzani

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