È stata depositata in Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare denominata “1%EQUO”, sostenuta da esponenti della sinistra radicale, sindacale e progressista. Tra i promotori figurano il giornalista Riccardo Staglianò, alcuni ambienti vicini a Rifondazione Comunista e sostenitori di una maggiore redistribuzione fiscale. L’obiettivo dichiarato è introdurre una patrimoniale progressiva sui patrimoni superiori ai due milioni di euro.

L’idea di fondo dell’iniziativa prevede di applicare aliquote crescenti dall’1% fino al 3,5% per le ricchezze più elevate, escludendo la prima casa dal calcolo patrimoniale. Secondo i promotori, il gettito potrebbe raggiungere decine di miliardi di euro all’anno da destinare a sanità, welfare, scuola e riduzione delle disuguaglianze.

La misura viene presentata come una scelta di equità sociale. Ma il problema è che ancora una volta il dibattito italiano sembra concentrarsi su come redistribuire la ricchezza esistente, invece di chiedersi perché il Paese continui a produrne così poca, fermo restando che un calcolo dei patrimoni netti individuali è un’operazione contabile complessa.

L’Italia non è ferma perché esistono patrimoni elevati. È immobile perché da oltre vent’anni cresce meno delle altre economie avanzate, investe troppo poco in innovazione, soffre una produttività stagnante e continua a sostenere una spesa pubblica spesso inefficiente e improduttiva.

La vera illusione della patrimoniale è credere che tassare il patrimonio possa sostituire una politica economica orientata alla crescita. Redistribuire senza creare nuova ricchezza significa soltanto spartire una torta che da anni non aumenta di dimensione.

C’è inoltre un aspetto che nel dibattito pubblico viene spesso rimosso: in Italia la patrimoniale esiste già, eccome. Non sotto forma di una singola imposta dichiarata apertamente, ma attraverso un insieme di tasse che colpiscono sistematicamente il patrimonio privato.

L’IMU grava sugli immobili. Il bollo colpisce conti correnti, strumenti finanziari e investimenti. L’IVAFE e l’IVIE tassano patrimoni detenuti all’estero. Le imposte catastali e di successione incidono sul trasferimento della ricchezza. Persino il semplice mantenimento del risparmio è già soggetto a imposizione continua.

In pratica, il capitale in Italia viene tassato in ogni fase della sua esistenza: quando viene prodotto, quando viene investito, quando viene detenuto e quando viene trasferito agli eredi. Aggiungere una nuova patrimoniale permanente rischia quindi di aggravare ulteriormente una pressione fiscale già tra le più elevate d’Europa.

Ma il problema non è solo fiscale. È economico e culturale.

Chi sostiene queste misure spesso immagina grandi patrimoni composti da liquidità improduttiva. Nella realtà italiana, una parte rilevante della ricchezza privata è fatta di immobili, piccole aziende familiari, quote societarie, investimenti costruiti in anni di lavoro e risparmio. Tassare annualmente quei patrimoni significa colpire capitale che spesso finanzia direttamente attività produttive.

Una patrimoniale permanente rischia di generare effetti concreti: fuga di capitali, trasferimenti di residenza fiscale, riduzione degli investimenti e minore accumulazione di capitale privato. In un’economia già debole, scoraggiare chi investe rappresenta un rischio enorme.

Il vero nodo italiano non è la scarsità di tasse. È la qualità della spesa pubblica.

Ogni anno enormi quantità di risorse vengono assorbite da burocrazia inefficiente, enti duplicati, partecipate improduttive, sussidi poco efficaci e un sistema pensionistico che continua a pesare in modo sproporzionato sulle generazioni future.

Le baby pensioni restano uno dei simboli più evidenti di una gestione pubblica irresponsabile del passato: pensionamenti anticipati con contributi insufficienti scaricati sui lavoratori di oggi. A questo si aggiungono pensioni molto elevate spesso scollegate dai contributi effettivamente versati.

È difficile sostenere che il problema italiano sia la mancanza di entrate quando il livello complessivo di pressione fiscale è già enorme e quando il vero limite è l’incapacità di trasformare la spesa in crescita.

La priorità dovrebbe essere un’altra: modernizzare il Paese.

L’Italia ha bisogno di investimenti massicci in digitalizzazione, automazione, intelligenza artificiale, infrastrutture tecnologiche, ricerca scientifica e formazione avanzata. Serve una pubblica amministrazione moderna, rapida ed efficiente. Serve una giustizia civile che non blocchi investimenti per anni. Serve ridurre il peso burocratico sulle imprese e incentivare chi crea occupazione e innovazione.

La produttività italiana cresce meno rispetto ai principali partner europei da decenni. Questo è il vero problema nazionale. Non l’esistenza di patrimoni privati elevati.

Esiste poi un rischio culturale che il dibattito politico sottovaluta: trasformare il patrimonio in un bersaglio permanente rischia di trasmettere l’idea che accumulare capitale sia qualcosa da punire. Ma senza capitale non esistono investimenti, imprese solide, innovazione tecnologica e crescita economica.

La questione sociale è reale. Le disuguaglianze esistono. Ma la soluzione non può essere semplicemente aumentare ancora la tassazione in un Paese che già oggi tassa molto più della sua capacità di crescere.

L’Italia non diventerà più equa impoverendo chi produce ricchezza. Diventerà più equa quando tornerà finalmente a creare crescita, produttività e opportunità.

Adalberto Ravazzani 

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