
Il dubbio metodico di un irregolare contro gli idoli del nostro tempo
Esistono uomini che costruiscono una carriera accarezzando il proprio tempo. E ne esistono altri che scelgono invece di contraddirlo. I primi ricevono applausi, inviti, riconoscimenti e rispettabilità; i secondi, quasi sempre, ricevono critiche, diffidenze e una quantità di ostilità direttamente proporzionale alla loro capacità di individuare le contraddizioni dell’epoca in cui vivono. Andrea Lombardi appartiene a questa seconda categoria, quella degli irregolari, degli insofferenti verso le verità obbligatorie, di coloro che considerano il dubbio non un difetto del ragionamento ma il suo punto di partenza. In una società che si proclama libera ma nella quale il perimetro delle opinioni considerate legittime sembra restringersi ogni anno di più, il fenomeno Lombardi merita attenzione non tanto per le singole posizioni che esprime quanto per il metodo che utilizza. Il suo lavoro quotidiano, attraverso il Caffè Amaro e le altre rubriche che hanno costruito negli anni una comunità fedele e partecipe, consiste essenzialmente nel fare una cosa che la nostra epoca tollera sempre meno: verificare. Verificare le narrazioni dominanti. Verificare i luoghi comuni. Verificare i riflessi automatici del dibattito pubblico. Verificare perfino quelle convinzioni che una parte dell’informazione e della politica vorrebbe sottrarre alla discussione. È qui che emerge una sorprendente analogia con Nietzsche. Non nelle conclusioni, non nelle idee particolari, ma nell’atteggiamento. Quando Nietzsche parlava della filosofia del martello non immaginava un vandalo che distrugge per il piacere di distruggere. Immaginava un medico che percuote una parete per comprenderne la consistenza, un diagnostico che colpisce gli idoli per capire se siano costruiti nel marmo oppure nel gesso. Il martello nietzscheano non nasce dalla rabbia ma dalla volontà di conoscenza. Lombardi sembra utilizzare ogni giorno uno strumento simile. Davanti alle grandi narrazioni contemporanee, davanti alle mode ideologiche, davanti ai dogmi mediatici che dominano il discorso pubblico occidentale, la sua prima reazione non è l’adesione ma il controllo. Non si chiede se una certa tesi sia popolare. Si chiede se sia vera. Non si domanda se un’opinione sia approvata. Si domanda se sia fondata. E questa semplice inversione metodologica basta spesso a renderlo scomodo. Perché il nostro tempo ha sviluppato una curiosa allergia al dubbio. Pur proclamandosi pluralista, aperto e tollerante, tende sempre più frequentemente a distinguere le opinioni non in base alla loro qualità ma in base alla loro conformità rispetto a determinati codici culturali. Esistono idee che possono essere discusse liberamente ed esistono idee che devono essere maneggiate con cautela, quasi fossero materiale radioattivo. Esistono domande consentite ed esistono domande che è preferibile non formulare. È precisamente contro questa atmosfera culturale che si dirige gran parte della polemica lombardiana. La sua critica alla cultura woke, ad esempio, non si limita a contestare alcune singole rivendicazioni. Il bersaglio è più profondo. Lombardi sembra individuare nel fenomeno woke una tendenza a sostituire il confronto con la certificazione morale, la discussione con l’etichetta, l’argomento con la scomunica. Una tendenza che non convince attraverso la persuasione ma attraverso la pressione sociale. Non vince il dibattito: lo chiude. Naturalmente i sostenitori di quella cultura respingerebbero questa descrizione. Ed è giusto che sia così. Ma il punto interessante è un altro: Lombardi continua a contestare l’idea che alcune questioni possano essere sottratte alla critica in nome della loro presunta superiorità morale. E lo fa utilizzando l’arma più devastante che un polemista possa possedere: l’ironia. Perché una teoria può sopravvivere a una critica accademica. Può sopravvivere a un editoriale. Può sopravvivere perfino a una smentita. Sopravvive molto più difficilmente al ridicolo. Quando una costruzione ideologica diventa oggetto di satira, quando le sue contraddizioni vengono esposte attraverso una battuta invece che attraverso una lezione universitaria, improvvisamente perde parte della propria aura sacrale. Ed è qui che emerge un’altra parentela, questa volta con la migliore tradizione giornalistica italiana. Lombardi non assomiglia a Montanelli per le idee politiche, che appartengono a contesti differenti, ma per una disposizione mentale. Montanelli diffidava degli apparati ideologici, delle verità ufficiali e delle ortodossie culturali. Conservava una fiducia quasi istintiva nella realtà concreta contro le costruzioni teoriche troppo perfette. Allo stesso modo Lombardi appare spesso interessato meno alle formule ideologiche che ai loro effetti pratici, meno alle dichiarazioni solenni che alle contraddizioni che esse generano una volta applicate alla vita reale. La sua dialettica diretta nasce precisamente da qui. Non dall’aggressività. Non dalla provocazione fine a sé stessa. Ma da una convinzione molto antica: che il pensiero debba servire anzitutto a comprendere il mondo e non a nasconderlo dietro formule rassicuranti. Anche per questo viene frequentemente criticato. L’uomo che mette in discussione il consenso dominante genera sempre fastidio. Non necessariamente perché abbia ragione, ma perché introduce un elemento di incertezza dentro sistemi che preferirebbero apparire indiscutibili. Ogni comunità ideologica ama definirsi aperta al confronto fino al momento in cui il confronto diventa reale. Forse è proprio qui che si trova la ragione più profonda del successo del Caffè Amaro. Non nelle singole battaglie culturali. Non nelle polemiche quotidiane. Non nelle analisi geopolitiche. Ma nella sensazione che trasmette a chi lo ascolta: la sensazione che sia ancora possibile esercitare il pensiero critico senza chiedere il permesso a nessuno. In un’epoca che confonde il consenso con la verità e la popolarità con la ragione, Andrea Lombardi continua a praticare una forma quasi inattuale di indipendenza intellettuale. E forse il suo merito principale consiste proprio in questo: ricordare che il dubbio non è il nemico della libertà, ma il suo presupposto. Perché gli uomini veramente liberi non sono quelli che possiedono tutte le risposte. Sono quelli che conservano il coraggio di fare le domande che il proprio tempo preferirebbe evitare.
Adalberto Ravazzani

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