L’omicidio di Gabriele Vaccaro ha lasciato una ferita profonda nel cuore di Pavia. Non è solo il gesto in sé, brutale e incomprensibile, a scuotere la città, ma ciò che rappresenta: il punto di rottura di un equilibrio già fragile, incrinato da tempo da segnali che molti avevano colto e denunciato.
Mercoledì sera, la risposta è arrivata dalla comunità. La fiaccolata, composta, silenziosa, illuminata da centinaia di luci, soprattutto quelle dei più giovani, ha restituito un’immagine potente di partecipazione e responsabilità collettiva. Non rabbia cieca, ma dolore condiviso. Non rassegnazione, ma volontà di esserci. È stata una pagina bella, forse la più significativa in una vicenda tragica: la dimostrazione che la città ha anticorpi morali e non accetta l’indifferenza.
Eppure, fermarsi a questa immagine rischia di essere rassicurante ma insufficiente.
Perché accanto al cordoglio, esiste una realtà che non può più essere aggirata: da anni si accumulano segnalazioni, episodi, preoccupazioni diffuse. Una percezione di insicurezza che non nasce da allarmismi costruiti, ma da esperienze quotidiane, da luoghi e situazioni in cui il confine tra normalità e rischio si è fatto sempre più sottile. Minimizzare questo clima o relegarlo a semplice “percezione” sarebbe un errore grave.
La giunta di centrosinistra oggi si trova davanti a un passaggio decisivo. Non basta prendere le distanze dal passato, né evocare una discontinuità solo sul piano delle parole. Serve una discontinuità nei fatti. Perché il rischio più grande è quello di replicare lo stesso schema: sottovalutare, rimandare, evitare scelte impopolari pur di non incrinare un equilibrio apparente.
C’è un punto, in particolare, che merita chiarezza. Pavia è una città universitaria, viva, attraversata da migliaia di studenti, energie, culture. Questa vitalità è una ricchezza, non un problema. Ma non può diventare un alibi. La sinistra — se vuole essere credibile — non deve cadere nella tentazione di giustificare l’insicurezza o di tollerare derive della movida come se fossero un male necessario, inevitabile prezzo da pagare per essere una città giovane e dinamica.
La movida non può trasformarsi in malamovida senza conseguenze. I gruppetti che stazionano nelle zone più sensibili, lo spaccio che si insinua nei luoghi della socialità, l’abuso di alcol che spesso degenera in comportamenti aggressivi: tutto questo non è folklore urbano, non è colore locale. È, al contrario, la miccia di molti episodi di violenza. Ignorarlo o ridimensionarlo significa accettare che certe dinamiche si consolidino fino a esplodere, come è accaduto.
Contrastare questi fenomeni non significa criminalizzare i giovani né spegnere la vitalità della città. Significa governarla. Significa distinguere tra ciò che arricchisce il tessuto urbano e ciò che lo deteriora. Significa avere il coraggio di intervenire prima che sia troppo tardi.
La sicurezza è uno dei compiti fondamentali della buona politica. Non è un tema di destra o di sinistra, ma un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni. Ed è proprio qui che si misura la credibilità di un’amministrazione: nella capacità di affrontare problemi concreti senza rifugiarsi in narrazioni rassicuranti o in giustificazioni ideologiche.
A livello nazionale, il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto la strada dei decreti sicurezza, che però faticano a incidere sulle cause profonde del disagio urbano. Ma proprio per questo i comuni hanno una responsabilità ancora maggiore. Non possono limitarsi a criticare o attendere soluzioni dall’alto.
Esistono strumenti concreti: rafforzare la presenza della polizia locale, coordinarsi in modo più efficace con le forze dell’ordine, intervenire sull’illuminazione e sulla vivibilità degli spazi pubblici, monitorare con continuità le aree più critiche, costruire politiche sociali capaci di prevenire il degrado prima che diventi emergenza. E, quando necessario, adottare misure anche drastiche, senza paura di essere impopolari, considerati razzisti e contro i giovani.
Il punto, però, è la volontà politica. Senza quella, ogni strumento resta sulla carta.
La morte di Gabriele Vaccaro non può essere archiviata come un tragico episodio isolato. Deve segnare un prima e un dopo. Non per alimentare paure o tensioni, ma per pretendere risposte serie, coerenti, misurabili.
La città, con la fiaccolata, ha già dimostrato di saper reagire con maturità e dignità. Ora è il momento delle istituzioni. Non delle parole, non delle promesse, ma delle scelte. Perché la sicurezza non si proclama: si costruisce, giorno dopo giorno.#Pavia

Adalberto Ravazzani

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