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C’è una ragione semplice per cui Marx continua a essere trattato come un problema di ordine pubblico culturale: smaschera il potere quando il potere preferisce raccontarsi come necessità storica. Conservatori, istituzioni e neoliberali condividono un riflesso comune, al di là delle differenze di linguaggio: trasformare rapporti storici in leggi di natura. Marx è l’uomo che rompe questo incantesimo. E per questo va neutralizzato, banalizzato o sepolto.

Il conservatorismo contemporaneo ama definirsi “realista”. In realtà è il più ideologico dei pensieri, perché difende l’esistente chiamandolo equilibrio. Ogni disuguaglianza diventa ordine, ogni gerarchia stabilità, ogni privilegio tradizione. Marx non ha mai creduto a questa favola. Sapeva che ciò che si presenta come eterno è quasi sempre il risultato di una vittoria storica momentanea. Il conservatore difende ciò che c’è perché gli conviene; Marx chiede perché ciò che c’è debba continuare a esserci.

Le istituzioni, dal canto loro, si raccontano come arbitri neutrali. Parlano il linguaggio della competenza, della responsabilità, della moderazione. Ma Marx insegna a diffidare proprio di chi non si dichiara mai parte in causa. Lo Stato moderno non è un giudice sospeso sopra la società: è un ingranaggio che protegge un ordine economico preciso, anche quando lo fa con toni civili e procedure impeccabili. L’ipocrisia istituzionale non sta nella repressione esplicita, ma nella normalizzazione silenziosa dello sfruttamento.

Poi ci sono loro, i neoliberali. I più sofisticati. I più pericolosi.

Non urlano, non impongono, non proibiscono. Suggeriscono. Incentivano. Premiano. Parlano di libertà mentre la riducono a scelta obbligata. Per loro il mercato non è una costruzione storica, ma un ecosistema naturale. Se perdi, è colpa tua. Se fallisci, non eri abbastanza competitivo. Marx distrugge questo impianto con una semplicità disarmante: la competizione non è libertà quando le condizioni di partenza sono strutturalmente diseguali.

Il neoliberismo ha fatto qualcosa di geniale: ha privatizzato il fallimento.

Le crisi non sono più sistemiche, ma individuali. La precarietà non è un progetto politico, ma un problema di adattamento personale. Marx, invece, riporta il conflitto dove fa più male: nella struttura dei rapporti di produzione. E così manda in cortocircuito l’intero discorso dominante.

“Nato per contraddire” nasce contro questa anestesia del pensiero. Non per riesumare Marx come reliquia ideologica, ma per restituirgli ciò che gli è sempre appartenuto: la funzione di disturbo. Marx non serve a rassicurare i progressisti né a spaventare i moderati. Serve a togliere il velo a una società che si racconta come inevitabile mentre produce precarietà, alienazione e disuguaglianza sistemica.

La precarietà, oggi, è il punto di contatto tra tutte le retoriche del potere. I conservatori la chiamano sacrificio necessario. Le istituzioni la definiscono flessibilità. I neoliberali la vendono come opportunità. Marx la chiama per quello che è: una forma di dominio. Non un incidente, ma una strategia. Rendere la vita instabile significa rendere il conflitto difficile, la solidarietà costosa, il dissenso rischioso.

Marx non accetta il ricatto morale del potere. Non crede alla favola secondo cui “non ci sono alternative”. Sa che questa frase non descrive la realtà: la impone. Ogni volta che ci viene detto che il mercato “decide”, Marx chiede: chi decide il mercato? Ogni volta che ci viene detto che lo Stato “non può fare altro”, Marx risponde: non può o non vuole?

È per questo che Marx viene ancora oggi espulso dal dibattito pubblico serio. Perché non consente compromessi narrativi. Non permette di criticare il sistema a parole continuando a beneficiarne nei fatti. Non concede la scorciatoia dell’indignazione senza analisi. Marx è esigente. Chiede rigore. Chiede di pensare fino in fondo le conseguenze di ciò che difendiamo come normale.

Questo libro è una summa di otto anni di scrittura e collaborazioni giornalistiche. Otto anni di confronto con l’attualità, con le crisi economiche, con il linguaggio del potere che cambia forma ma non funzione. Marx non viene evocato come icona rivoluzionaria, ma come strumento critico contro la retorica conservatrice, l’ipocrisia istituzionale e l’arroganza neoliberale.

Nato per contraddire è stato pubblicato per Etabeta, in tutti i circuiti di vendita dei libri, al prezzo di 19,90 euro. Ma soprattutto è uscito contro un clima culturale che ha scambiato l’adattamento per maturità e la rinuncia per realismo. Marx non è un pensatore del passato: è il problema irrisolto del presente.

Marx continuerà a essere l’uomo che rovina la festa.

Perché finché esisterà un potere che si presenta come neutro, finché il mercato verrà spacciato per natura, finché la precarietà verrà chiamata virtù,

E ne abbiamo un disperato bisogno.

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