
Musica, poesia e amicizia nel racconto di un uomo che ha vissuto la città
Le amicizie vere non nascono nel rumore del mondo. Nascono piano, tra parole semplici, serate che si allungano senza accorgersene e vicoli che diventano rifugi dell’anima. Restano lì, vive, come certe canzoni ascoltate di notte. E a Pavia, in via Volturno, l’amicizia ha spesso avuto il volto e la voce di Vincenzo Rende.
Ho conosciuto Vincenzo Rende alcuni anni fa, credo nel 2021. E fin dall’inizio ho capito che non era una persona comune. Vincenzo è uno di quegli uomini che sembrano appartenere a un’altra epoca: musicista, poeta, artigiano del pensiero e memoria vivente di una Pavia culturale e politica che oggi sopravvive soprattutto nei racconti di chi l’ha attraversata davvero.
Storico fondatore dei Long Horns, band rock profondamente legata alla scena pavese, Vincenzo ha vissuto la musica non come spettacolo, ma come identità. Nelle sue parole si percepisce sempre quella visione autentica e quasi sacrale del rock: non intrattenimento vuoto, ma linguaggio umano, esperienza, vita. E forse è proprio per questo che parlare con lui significa inevitabilmente attraversare decenni di storia musicale, politica e sociale.
Via Volturno è diventata nel tempo il luogo simbolico di questa amicizia. Un vicolo appartato, quasi fuori dal tempo, dove le chiacchierate si trasformano in viaggi dentro la memoria. Con Vincenzo si può passare da Marx ai Genesis, dagli anni Settanta alle trasformazioni di Pavia, dalle lotte politiche alle poesie scritte di notte. È un uomo che possiede il raro dono della conversazione autentica: ascolta, riflette, ricorda.
E soprattutto racconta. Racconta gli anni Settanta e Ottanta non come pagine di un libro, ma come esperienza vissuta sulla pelle. Le tensioni politiche, le passioni ideologiche, le illusioni collettive, il fermento culturale di una generazione che cercava ancora di cambiare il mondo. In lui non c’è nostalgia retorica, ma una lucidità maturata col tempo. Sa guardare il passato senza trasformarlo in mito.
Pavia, Vincenzo, la conosce davvero. Non solo nelle sue strade, ma nella sua anima nascosta. Nei locali storici, nei dibattiti interminabili, nei concerti improvvisati, nelle amicizie nate tra una sigaretta e una discussione filosofica. È come se custodisse una cronaca orale della città, fatta di episodi, incontri e frammenti di umanità che rischierebbero altrimenti di andare perduti.
Questa sensibilità emerge anche nel suo libro Notturni, che mi ha regalato tempo fa. Un piccolo volume che contiene molto più di semplici poesie. Dentro quelle pagine si avverte una scrittura notturna, inquieta, intensa. Viene spontaneo pensare al Notturno di D’Annunzio, ma qui tutto cambia tono: la poesia diventa vita vera, ruvida, quasi rock. I versi di Vincenzo non cercano pose letterarie; cercano verità interiori, passaggi, risposte nel vuoto del dolore.
Sono parole che sembrano nascere nelle ore silenziose della notte, quando la città rallenta e restano soltanto i pensieri. Versi che parlano dell’esistenza, della fragilità umana, del tempo che passa, ma anche della necessità di restare vivi interiormente. Una poesia che scalda il cuore proprio perché non pretende di essere perfetta: è sincera.
Dopo avergli consegnato la mia monografia su Marx, Vincenzo ha voluto ricambiare con un dono speciale: una sua opera artistica da manuale raffigurante Napoleone. Un gesto che ho sentito profondamente umano. Non un semplice oggetto, ma uno scambio simbolico tra due visioni della storia, tra cultura e amicizia. Da una parte Marx, dall’altra Napoleone: rivoluzione, potere, idee, memoria. Ma soprattutto rispetto reciproco.
Anche quell’opera racconta molto di lui. Vincenzo non è soltanto un musicista o uno scrittore di poesie: è una persona che crea con le mani e con il pensiero. Appartiene a quella generazione che dava ancora valore concreto alle cose, ai gesti, agli incontri.
Oggi, in un tempo spesso rapido e superficiale, persone come lui diventano rare. E forse è proprio per questo che certe amicizie assumono un significato particolare. Perché ricordano che esiste ancora uno spazio umano fatto di ascolto, cultura e presenza vera.
L’amicizia, in fondo, è questo: ritrovarsi in un vicolo di città mentre la sera scende lentamente su Pavia, continuando a parlare di musica, politica, poesia e vita come se il tempo potesse fermarsi ancora un momento. E nelle notti raccontate da Vincenzo Rende resta accesa proprio questa luce: quella delle parole sincere che non smettono di accompagnarti anche dopo il silenzio.
Adalberto Ravazzani

Un commento
Un grazie sincero e anche un po’ “imbarazzato”…