Pavia, come molte città italiane amministrate da classi dirigenti che hanno smesso di distinguere tra governo urbano e laboratorio ideologico, sta lentamente scivolando in una forma di amministrazione che pretende di educare i cittadini invece di servire la città. Non amministrano più spazi, servizi, sicurezza e decoro: amministrano simboli, posture morali, linguaggi corretti, piccoli rituali pedagogici da campus universitario permanente.

È una trasformazione precisa, quasi antropologica. Le giunte contemporanee — soprattutto quelle che guardano con devozione provinciale ai modelli di Milano, Bologna o alle mode importate dai circuiti accademici europei — sembrano convinte che sindaco e assessori non debbano più risolvere problemi concreti, ma guidare un processo di “rieducazione culturale” della popolazione. Il cittadino non è più un contribuente da rispettare, ma un soggetto da correggere. Un individuo da accompagnare verso comportamenti ritenuti moralmente superiori da una minoranza amministrativa convinta di possedere il monopolio della sensibilità civile.

Così accade che la città venga trasformata in un seminario permanente di urbanistica etica: il limite dei trenta all’ora elevato a manifesto antropologico, la ZTL che si espande come una frontiera morale contro il peccato automobilistico, le piste ciclabili progettate come installazioni identitarie più che come infrastrutture realmente funzionali. Ogni scelta deve raccontare qualcosa. Ogni provvedimento deve avere una dimensione pedagogica. Ogni cartello deve comunicare virtù.

Naturalmente tutto questo viene presentato come progresso inevitabile. Chiunque osi contestare anche solo l’ordine delle priorità viene immediatamente classificato: retrogrado, populista, culturalmente arretrato, incapace di comprendere “la città del futuro”. È il linguaggio tipico delle élite amministrative contemporanee: non discutono mai il merito delle obiezioni, ma la legittimità culturale di chi le formula.

Nel frattempo, però, la città reale continua a esistere fuori dai rendering e dalle conferenze stampa.

Esistono quartieri dove il problema non è la velocità delle automobili ma l’assenza di controllo del territorio. Esistono cittadini che la sera non chiedono più verde verticale o urbanismo tattico, ma semplicemente ordine, presenza istituzionale, illuminazione funzionante, sicurezza concreta. Esistono commercianti soffocati da regolamenti sempre più sofisticati e sempre meno utili. Esistono periferie che vedono diminuire i servizi mentre aumentano le lezioni morali impartite dal centro storico.

E il tema della sicurezza, troppo spesso liquidato come “percezione”, è diventato invece uno dei veri spartiacque tra amministrazione reale e amministrazione simbolica. Perché una città dove i cittadini evitano certe zone la sera, dove il degrado cresce senza risposta nonostante le segnalazioni e dove il controllo del territorio viene percepito come intermittente, è una città che perde fiducia nelle istituzioni. La sicurezza non è uno slogan da campagna elettorale né un argomento da minimizzare per paura di sembrare impopolari nei salotti progressisti: è la base stessa della convivenza urbana. Senza sicurezza non esiste libertà di vivere gli spazi pubblici, non esiste commercio vitale, non esiste qualità della vita.

Ma tutto questo è meno fotogenico. Una pattuglia in più non produce consenso nei salotti culturali. Un presidio efficace non genera articoli entusiasti sulle riviste di urbanistica progressista. La manutenzione ordinaria non permette di costruire narrazioni identitarie. E allora si preferisce governare ciò che è simbolico, perché il simbolico offre prestigio, linguaggio, appartenenza ideologica.

È qui che emerge il vero problema di queste amministrazioni chic: hanno progressivamente sostituito il principio di realtà con il principio di rappresentazione. La città non viene più osservata per ciò che è, ma per ciò che comunica. Conta più il messaggio del risultato. Più la postura che l’efficacia. Più l’estetica morale del provvedimento che il suo impatto concreto sulla vita quotidiana.

Non è incompetenza. Sarebbe quasi rassicurante se lo fosse. È qualcosa di più strutturale: è una concezione paternalistica del potere urbano. Una concezione secondo cui il cittadino comune sarebbe troppo rozzo, troppo abitudinario o troppo poco evoluto per capire da solo come vivere la città. E dunque occorre guidarlo, correggerlo, limitarlo, educarlo. Sempre nel suo interesse, naturalmente.

Per questo il dissenso viene trattato con fastidio quasi accademico. Se protesti contro una ZTL insensata, “non hai compreso la transizione ecologica”. Se segnali problemi di sicurezza, “alimentI percezioni”. Se chiedi priorità diverse, “semplifichi fenomeni complessi”. È il lessico tipico di chi usa la sofisticazione linguistica come strumento di superiorità politica.

Intanto, però, le città non vivono di linguaggio.

Vivono di equilibrio tra libertà e ordine. Di servizi funzionanti. Di manutenzione. Di sicurezza percepita e reale. Di trasporti efficienti. Di presenza istituzionale. Di attenzione concreta ai problemi quotidiani. Tutto il resto dovrebbe essere accessorio. Ma in molte amministrazioni contemporanee l’accessorio è diventato sostanza, mentre la sostanza viene rinviata a tempo indefinito.

Si dirà che il limite dei trenta all’ora salva vite. Certamente. Si dirà che le piste ciclabili sono moderne. Ovviamente. Si dirà che la riduzione del traffico migliora la qualità dell’aria. Possibile. Nessuno nega che singoli provvedimenti possano avere una loro razionalità.

Il punto è un altro: una città non può essere governata come un manifesto universitario di buone intenzioni permanenti.

La politica urbana dovrebbe partire dalla realtà materiale delle persone, non dall’autocompiacimento culturale delle classi amministrative. Dovrebbe occuparsi prima di ciò che rende vivibile una città e solo dopo di ciò che la rende ideologicamente presentabile nei convegni.

E invece, a Pavia come altrove, sembra essersi affermata una nuova aristocrazia amministrativa convinta che governare significhi soprattutto educare. Una classe dirigente che parla continuamente di inclusione ma ascolta pochissimo; che invoca partecipazione ma tollera solo il consenso; che celebra la prossimità ma vive spesso lontanissima dall’esperienza quotidiana dei cittadini normali.

È un modello elegante, sofisticato, perfino seducente nella sua estetica morale. Ma proprio per questo rischia di essere ancora più distante dalla vita reale. Perché mentre la politica si trasforma in pedagogia urbana permanente, la città continua ostinatamente a chiedere qualcosa di molto più semplice: essere amministrata bene.

Adalberto Ravazzani 

Un commento

  1. Abbiamo sbagliato noi a votare avremmo dovuto lasciare terminare i lavori alla vecchia Giunta e poi eventualmente cambiare, chi ci sta amministrando non è.mai stato accompagnato a scuola alla mattina nel traffico? Non ha mai avuto necessitá di sgattaiolare nelle viette per parcheggiare auto e correre in ufficio ( io no grazie a Dio vado in bici ma è palese che qualcuno sta sbagliando

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