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Mino Milani e il dovere della memoria: perché Pavia deve dare il suo nome a una strada

Ci sono città che custodiscono i propri uomini migliori come reliquie civili, che ne fanno pietra, bronzo, targhe, scuole, giardini, nomi di vie; e ce ne sono altre che, invece, sembrano possedere un talento malinconico per l’oblio. Pavia appartiene tragicamente a questa seconda categoria. È una città antica, sapiente, colma di storia fino all’eccesso, ma spesso incapace di trasformare la memoria in riconoscenza pubblica. A Pavia si celebrano i secoli e si dimenticano gli uomini. Si venerano le epoche e si lasciano scivolare nell’ombra coloro che quelle epoche le hanno raccontate, illuminate, rese comprensibili. È un difetto lombardo, forse: una certa ritrosia nei confronti dell’enfasi, una sobrietà che talvolta degenera in ingratitudine. Eppure vi sono figure per le quali il silenzio non è più tollerabile. Figure la cui assenza dalla toponomastica cittadina finisce col diventare non una dimenticanza, ma una colpa civile. Una di queste figure è senza dubbio Mino Milani.

Intitolargli una via non sarebbe un atto ornamentale, né una di quelle tardive riparazioni burocratiche con cui le amministrazioni cercano di compensare decenni di indifferenza. Sarebbe, piuttosto, un imperativo categorico della memoria cittadina. Un dovere morale. Perché Milani non fu soltanto uno scrittore pavese: fu uno dei più grandi narratori italiani del Novecento, un intellettuale che attraversò generi, linguaggi, epoche e pubblici diversi con una naturalezza che oggi appare quasi irripetibile. E soprattutto fu un uomo che non smise mai di appartenere alla sua città, anche quando la città sembrava incapace di comprendere fino in fondo la statura del suo figlio.

Chi era, davvero, Mino Milani? Era molte cose insieme, e forse proprio questa sua natura multiforme ha impedito all’Italia culturale di catalogarlo comodamente. E l’Italia, si sa, diffida di chi sfugge alle etichette. Nato a Pavia nel 1928, Milani fu giornalista, sceneggiatore, storico, romanziere, autore per ragazzi, divulgatore, narratore d’avventura, autore di fumetti, studioso del West americano, biografo, insegnante di immaginazione. Fu, in sostanza, uno di quegli scrittori completi che appartengono a una tradizione oggi quasi estinta: uomini capaci di parlare ai bambini senza infantilismi e agli adulti senza pedanteria.

Per decenni collaborò con il leggendario Corriere dei Piccoli e con il Corriere dei Ragazzi, luoghi nei quali si è formata l’immaginazione di generazioni di italiani. E qui bisogna soffermarsi, perché la cultura italiana ha sempre commesso un errore capitale: considerare “minore” la letteratura destinata ai giovani. È una miopia tipicamente italiana, che non comprende come educare all’immaginazione significhi educare alla libertà. Milani lo aveva capito perfettamente. Nei suoi racconti d’avventura, nei romanzi storici, nelle biografie romanzate, c’era sempre qualcosa di più profondo della semplice trama: c’era il gusto morale del coraggio, della dignità, della curiosità intellettuale.

Opere come Tommy RiverFantasma d’amoreLa realtà romanzescaEfrem soldato di venturaI quattro di CandiaL’uomo venuto dal Bronx o le sue straordinarie narrazioni dedicate al West americano mostrano una capacità rara: quella di rendere epica la dimensione umana senza mai cadere nella retorica. Milani sapeva raccontare gli eroi, ma sapeva anche raccontarne le fragilità. Aveva il senso dell’avventura, ma non l’ubriacatura dell’eroismo. Nei suoi libri si respira sempre una malinconia discreta, un’umanità profonda, quasi crepuscolare. E questo lo distingueva dai semplici narratori di intrattenimento.

Il suo stile possedeva una qualità oggi quasi scomparsa: l’eleganza invisibile. Non scriveva per stupire il lettore con effetti speciali letterari; scriveva per trascinarlo dentro una storia. La sua prosa era limpida, scorrevole, nutrita di cultura ma mai esibita. Una scrittura capace di essere alta senza diventare altezzosa. In questo senso, Milani apparteneva a quella scuola lombarda della sobrietà narrativa che ha avuto in Emilio Gadda il genio sperimentale e in Dino Buzzati il grande cantore del mistero quotidiano. Ma Milani possedeva una voce tutta sua: più cordiale, più narrativa, più umanamente accessibile.

Anche il suo carattere contribuì a renderlo una figura anomala nel panorama culturale italiano. Non apparteneva ai salotti romani, non cercava il protagonismo televisivo, non coltivava la vanità dell’intellettuale militante. Aveva qualcosa dell’artigiano della parola. Era schivo, ironico, coltissimo, ma privo di quella pomposità accademica che spesso soffoca gli uomini di cultura italiani. La sua autorevolezza nasceva dal lavoro, non dalla posa. E forse proprio per questo fu amatissimo dai lettori autentici e meno celebrato dalle liturgie ufficiali della cultura nazionale.

Ma parlare di Mino Milani significa inevitabilmente parlare di Pavia. Perché pochi scrittori hanno avuto con la propria città un rapporto così continuo, così sentimentale e insieme così critico. Pavia, nei libri e nella vita di Milani, non era semplice sfondo geografico: era una condizione dell’anima. Le sue nebbie, i suoi cortili, il Ticino, le memorie longobarde, l’università, le pietre antiche, la provincia colta e appartata: tutto entrava nella sua immaginazione narrativa. Milani apparteneva a quella categoria rara di scrittori che non usano la provincia come trampolino per fuggire, ma come lente per comprendere il mondo.

Egli sviluppò certamente una coscienza cittadina. Non nel senso ideologico o municipalistico del termine, ma nel senso più profondo della responsabilità culturale. Attraverso i suoi scritti, il suo lavoro giornalistico, la sua presenza civile, Milani contribuì a dare a Pavia una voce, un’identità narrativa. Le città esistono davvero solo quando qualcuno le racconta. Venezia senza Tiziano Scarpa o Joseph Brodsky sarebbe meno Venezia; Trieste senza Italo Svevosarebbe meno Trieste. E Pavia, senza Mino Milani, sarebbe infinitamente meno consapevole di sé stessa.

Eppure Pavia sembra spesso incapace di custodire i propri figli migliori. Li lascia vivere ai margini della memoria pubblica, quasi che il valore autentico provochi imbarazzo. È una dinamica antica: le città di provincia tendono talvolta a diffidare delle personalità troppo grandi, troppo autonome, troppo libere. Preferiscono figure innocue, consensuali, facilmente celebrabili. Gli spiriti indipendenti vengono ricordati tardi, quando non disturbano più nessuno. E così l’oblio diventa una forma di autodifesa collettiva.

Vi è, nella storia pavese, una sorta di smemoratezza strutturale. Una città capace di ospitare secoli di grandezza e tuttavia incline a consumare rapidamente la memoria dei propri contemporanei. È accaduto con artisti, studiosi, scrittori, uomini di pensiero. Pavia conserva magnificamente le tracce dei morti lontani, ma fatica a onorare i morti vicini. Come se il tempo dovesse prima trasformare tutto in archeologia perché la città possa finalmente concedere rispetto.

Per questo dedicare una strada a Mino Milani non sarebbe soltanto un omaggio personale. Sarebbe un gesto simbolico molto più ampio: significherebbe dichiarare che Pavia vuole finalmente interrompere la propria tradizione di ingratitudine culturale. Vorrebbe dire affermare che la memoria non è un lusso decorativo, ma una necessità civica. Le vie cittadine non sono soltanto coordinate urbane; sono il romanzo morale di una comunità. Ogni nome inciso su una targa racconta chi merita di essere tramandato. E se una città non sa più scegliere i propri esempi, finisce inevitabilmente per perdere anche la propria identità.

Mino Milani merita una strada perché ha dato prestigio alla letteratura italiana senza mai rinnegare le sue radici pavesi. Perché ha formato l’immaginazione di migliaia di giovani lettori. Perché ha dimostrato che si può essere colti senza essere elitari, profondi senza essere oscuri, popolari senza essere banali. E soprattutto perché la sua opera continua a insegnare qualcosa che oggi appare rivoluzionario: che la cultura deve essere accessibile, narrativa, umana.

Una città che dimentica uomini come lui non commette soltanto un errore storico. Compie un errore educativo. Perché priva le nuove generazioni di modelli autentici. E in un tempo che produce celebrità istantanee e memorie cortissime, ricordare Mino Milani significa anche difendere un’idea diversa di civiltà: una civiltà nella quale il talento, la serietà, la dedizione intellettuale e l’amore per la propria comunità contano ancora qualcosa.

Forse è proprio questo il punto decisivo. Intitolare una via a Mino Milani non servirebbe tanto a lui — gli scrittori veri sopravvivono comunque nelle loro pagine — quanto a Pavia stessa. Sarebbe un modo per misurare il grado della propria maturità civile. Per capire se questa città desidera continuare a essere soltanto un magnifico museo del passato oppure tornare a essere una comunità capace di riconoscere il valore dei propri uomini migliori prima che il tempo li trasformi in ombre.

E allora sì: una via Mino Milani a Pavia non è una proposta. È un dovere.

Adalberto Ravazzani 

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