Ci sono chiusure che fanno rumore più di altre, perché quando abbassa la serranda un’attività storica non chiude soltanto un negozio: si spegne una parte della città, della sua memoria, delle sue abitudini, del modo stesso con cui intere generazioni hanno imparato a vivere il centro. La prossima chiusura di Cignoli, con quella sua identità così particolare, legata alle camicie, all’abbigliamento sartoriale, alla cura del prodotto e a una concezione del commercio nella quale il cliente non era semplicemente qualcuno che entrava, pagava e usciva, ma una persona da seguire e consigliare, è l’ennesimo segnale di un commercio pavese che da anni sembra procedere verso una lenta desertificazione. E la cosa più triste è che ormai quasi non ci stupiamo più quando vediamo una serranda abbassata: ci stupiamo quando ne vediamo una ancora aperta.
La vicenda di Cignoli si aggiunge a quella, altrettanto dolorosa, di Taverna Sports, altra attività che appartiene alla memoria commerciale di Pavia e che per decenni ha rappresentato un punto di riferimento per chi cercava articoli sportivi, competenza e soprattutto quel rapporto umano che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Io Taverna Sports me la ricordo da ragazzo; ricordo il titolare, la gentilezza, l’ordine del negozio, le vetrine, la cura con cui venivano presentati i prodotti e quella passione per il proprio lavoro che, quando hai sedici, diciotto o vent’anni, magari ti sembra una cosa normale, ma che poi impari ad apprezzare quando inizi a vedere scomparire, una dopo l’altra, le persone e le attività che rendevano riconoscibile la tua città. E oggi, riguardando quelle serrande che non si rialzeranno più, ci si accorge che non erano semplicemente negozi: erano pezzi di Pavia. Il commercio è cambiato profondamente e il primo grande terremoto è stato certamente l’e-commerce. È inutile girarci intorno: comprare da casa, confrontare prezzi in pochi secondi, ricevere un prodotto direttamente alla porta e avere a disposizione un’offerta praticamente infinita ha modificato per sempre il comportamento dei consumatori. Ma proprio perché il problema è enorme, la politica dovrebbe interrogarsi su come mettere il commercio tradizionale nelle condizioni di competere, non limitarsi a osservare il fenomeno come se fosse una calamità naturale.
E qui entra in gioco anche quella che considero una precisa responsabilità della politica di sinistra: una cultura amministrativa che, a mio giudizio, troppo spesso guarda all’impresa con sospetto, come se il commerciante fosse prima di tutto qualcuno da controllare, tassare e regolamentare, anziché una persona che investe il proprio denaro, crea occupazione, paga imposte e tiene aperta una vetrina per dodici mesi all’anno. È una critica politica, ma nasce da una domanda molto concreta: se il piccolo commercio è davvero importante per la città, perché così spesso le decisioni pubbliche sembrano dimenticare le condizioni nelle quali quel commercio deve sopravvivere?
Perché l’impresa non vive di slogan. Vive di incassi, costi, clienti, accessibilità e prospettive. E se a questo aggiungiamo uno Stato che da anni carica sulle imprese tasse, burocrazia, adempimenti e costi, il piccolo commerciante si ritrova dentro una macchina nella quale deve lavorare sempre di più per riuscire semplicemente a rimanere aperto. Io continuo a pensare che uno dei grandi problemi italiani sia proprio questo: uno Stato che troppo spesso sembra ricordarsi dell’imprenditore soprattutto quando deve chiedergli qualcosa. L’impresa non è una mucca da mungere fino all’ultima goccia; è il motore attraverso il quale una comunità produce lavoro, reddito e sviluppo. Se quel motore viene continuamente appesantito, prima o poi rallenta. E quando rallenta abbastanza, arrivano le serrande abbassate.
Poi c’è Pavia. E qui la politica locale ha una responsabilità diversa, ma non meno importante: quella di rendere la città accessibile. Perché si può parlare quanto si vuole di centro storico, eventi, rigenerazione urbana e commercio di prossimità, ma alla fine un negozio ha bisogno di clienti. E i clienti devono poter arrivare.
La politica della mobilità non può trasformarsi in una guerra ideologica contro l’automobile. Il limite dei 30 chilometri orari, la progressiva regolamentazione della sosta, la riduzione degli spazi destinati alle auto e una concezione della mobilità nella quale l’automobilista sembra spesso essere il problema da correggere non sono automaticamente sinonimo di una città più moderna. Una città moderna è una città nella quale convivono esigenze diverse. E se vogliamo che qualcuno venga a Pavia dalla provincia per comprare, dobbiamo anche metterlo nelle condizioni di arrivare, parcheggiare e tornare a casa senza vivere una spedizione punitiva.
Perché il commerciante non vende ideologia: vende prodotti. E se il cliente trova più semplice andare in un centro commerciale, ordinare online o semplicemente rinunciare all’acquisto perché raggiungere il centro è diventato troppo complicato, alla fine il conto arriva alla vetrina.
Ed è qui che bisogna avere il coraggio di guardare anche al centro del futuro. Perché se continueremo lungo questa strada, il rischio non è soltanto quello di avere qualche negozio storico in meno: è quello di ritrovarci con un centro progressivamente desertificato, nel quale le insegne della tradizione commerciale saranno sostituite da attività sempre più indistinte, con una proliferazione di minimarket e negozi senza quella caratterizzazione che per decenni ha dato un’identità alle nostre vie. Non perché ogni nuova attività sia un problema, e sarebbe sciocco sostenerlo, ma perché quando il commercio specializzato, l’artigianato e le botteghe storiche scompaiono senza essere sostituiti da attività dello stesso valore commerciale e professionale, la trasformazione diventa evidente: il centro rischia di rimanere fisicamente pieno di locali ma commercialmente sempre più vuoto.
È questa la vera desertificazione: non necessariamente una strada completamente deserta, ma una strada nella quale entrano ed escono persone senza più trovare quel tessuto di negozi, botteghe e attività che faceva del centro una destinazione. Una città può avere bar, ristoranti e minimarket e contemporaneamente perdere il proprio commercio. Può avere movimento e non avere più economia commerciale nel senso tradizionale del termine. Può avere gente per strada e aver perso la propria identità.
E allora il centro del futuro rischia di essere paradossalmente un centro molto affollato e molto povero: affollato di passaggio, ma povero di quelle attività che richiedono competenza, investimento, professionalità e una clientela fidelizzata. Le vetrine storiche diventano ricordi, le insegne che conoscevamo spariscono, i locali cambiano continuamente gestione e noi finiamo per chiamare tutto questo “evoluzione”, quando forse sarebbe più onesto chiamarlo semplicemente trasformazione.
Nessuno pretende di fermare il tempo. Non si può riportare Pavia agli anni in cui il centro era il luogo naturale dello shopping, non si può impedire all’e-commerce di esistere, non si possono cancellare i cambiamenti sociali ed economici. Ma si può scegliere se accompagnare questi cambiamenti oppure subirli. Si può scegliere se considerare il commercio una parte fondamentale dell’economia cittadina oppure lasciarlo combattere da solo contro problemi enormemente più grandi di lui.
Perché il commercio non può essere salvato soltanto con qualche iniziativa natalizia, qualche contributo occasionale o qualche evento in piazza. Servono condizioni strutturali: meno burocrazia, meno pressione fiscale, regole più equilibrate tra commercio fisico ed e-commerce, una politica della mobilità che consideri anche le esigenze economiche del centro e soprattutto una vera strategia per impedire che le attività storiche vengano progressivamente cancellate senza che nessuno si chieda quale identità commerciale rimarrà.
Perché il rischio non è che Pavia smetta semplicemente di avere negozi. Il rischio è che il centro continui ad avere locali, ma perda progressivamente il commercio pavese: quello fatto di famiglie, botteghe, artigiani, competenze e nomi che appartengono alla città.
E allora la prossima serranda di Cignoli non dovrebbe essere soltanto una notizia di cronaca commerciale. Dovrebbe essere un’occasione per interrogarsi. Perché quando un’attività storica chiude, il problema non è soltanto capire perché quel singolo imprenditore abbia deciso di fermarsi; bisogna capire quale ambiente economico, fiscale, amministrativo e urbano abbiamo costruito intorno a lui.
Lo Stato deve smettere di considerare l’impresa una cassaforte dalla quale prelevare continuamente; la politica locale deve smettere di pensare che il commercio possa sopravvivere indipendentemente dalla mobilità e dall’accessibilità; e la sinistra, se davvero vuole difendere il piccolo commercio, dovrebbe dimostrare nei fatti che l’impresa non è un soggetto da guardare con diffidenza, ma una parte della comunità.
Perché alla fine una città senza commercio non è semplicemente una città con qualche vetrina vuota in più. È una città che perde lavoro, relazioni, identità e memoria.
E quando le serrande cominciano ad abbassarsi una dopo l’altra, forse il problema non è più soltanto quello di chi sta chiudendo. È anche quello di chi, amministrando la città e governando il Paese, ha avuto il compito di creare le condizioni perché qualcuno potesse continuare ad aprire.
Perché Cignoli e Taverna Sports non sono soltanto due nomi che scompaiono: sono due fotografie di ciò che Pavia è stata. E il vero interrogativo è quale fotografia resterà domani: quella di un centro vivo, fatto di botteghe, commercio e identità, oppure quella di un centro sempre più desertificato, nel quale le vecchie insegne saranno soltanto ricordi e le nuove vetrine racconteranno una città che non riconosciamo più?

Adalberto Ravazzani

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