
Ci sono storie che una città dovrebbe custodire come ferite aperte, storie che non possono essere consegnate all’oblio soltanto perché scomode, perché appartengono a una stagione politica che qualcuno preferirebbe non ricordare, perché le vittime portavano una tessera di partito che, in quegli anni, poteva trasformarsi in una condanna sociale prima ancora che politica. La storia di Emanuele Zilli è una di queste. Venticinque anni, originario di Fano Adriano, in provincia di Teramo, trasferitosi a Pavia, militante del Movimento Sociale Italiano, candidato alle elezioni comunali, rappresentante sindacale CISNAL, lavoratore, marito e padre di due bambine. Un ragazzo che aveva scelto di vivere apertamente la propria appartenenza politica in un’epoca nella quale, soprattutto per chi militava nella destra missina, manifestare le proprie idee poteva significare esporsi a intimidazioni, aggressioni e violenze. Ma prima di essere un militante, Emanuele era un uomo; aveva una famiglia da mantenere, una moglie giovanissima, due figlie ancora piccolissime e un lavoro presso la ditta Bertani, uno spedizioniere pavese. Ogni giorno affrontava la fatica del lavoro, le responsabilità familiari e quella militanza politica che aveva scelto di non nascondere. La sua vita si sarebbe interrotta in circostanze mai completamente chiarite, lasciando dietro di sé una giovane vedova e due bambine che praticamente non avrebbero mai conosciuto il proprio padre.
LA PAVIA DELLA VIOLENZA POLITICA
Per comprendere la vicenda di Zilli bisogna tornare alla Pavia dei primi anni Settanta, quando la contrapposizione politica aveva ormai superato i confini del confronto democratico, trasformando interi quartieri e piazze in luoghi di tensione permanente. Nel 1972 il Movimento Sociale Italiano aveva ottenuto un importante risultato elettorale a livello nazionale, raggiungendo l’8,7 per cento alla Camera e il 9,2 per cento al Senato. La crescita della destra missina si inseriva in un contesto politico nazionale estremamente polarizzato, nel quale le organizzazioni della sinistra extraparlamentare conducevano una mobilitazione radicale contro il MSI e i suoi militanti. Anche Pavia non faceva eccezione. Lotta Continua, i gruppi marxisti-leninisti e altre realtà della sinistra extraparlamentare erano presenti nella città, protagonisti di una stagione di scontri e contrapposizioni che non risparmiava nessuno dei luoghi della vita pubblica. Piazza della Vittoria, allora Piazza Grande, rappresentava uno dei principali epicentri di quella tensione; proprio lì si trovava la sede del Movimento Sociale Italiano, frequentata dai militanti missini e circondata da un clima di ostilità che, secondo le testimonianze dell’epoca, non si limitava alla polemica politica. Si arrivava alle aggressioni, alle intimidazioni, agli attentati. Il comizio di Franco Servello nel 1972 era stato accompagnato da violenti disordini e da dodici arresti. La situazione era talmente preoccupante che il prefetto Benigni riceveva delegazioni di cittadini e commercianti allarmati per l’evolversi dell’ordine pubblico. Anche la sede CISNAL di corso Mazzini era stata oggetto di attentati e le famiglie di alcuni esponenti missini avevano subito intimidazioni. Era una Pavia nella quale l’appartenenza politica poteva diventare una questione di sicurezza personale. Emanuele Zilli viveva pienamente quella realtà.
UN RAGAZZO CHE NON SI TIRAVA INDIETRO
Le ricostruzioni della vicenda raccontano di un giovane militante già aggredito nel 1972, quando, insieme a un amico, sarebbe stato assalito in piazza Castello. Pochi mesi dopo, il 5 dicembre, un nuovo episodio avrebbe segnato profondamente la sua vita. Erano circa le 13.45 quando, all’angolo tra Piazza della Vittoria e corso Cavour, Zilli si trovava insieme ad altri due iscritti al MSI. Durante una violenta colluttazione, Marco Noè esplose un colpo di pistola che ferì Carlo Leva, indicato come uno degli aggressori. La vicenda ebbe un’enorme risonanza. Ma per Emanuele i guai non erano finiti. Secondo le testimonianze riportate nelle ricostruzioni successive, nel pomeriggio, intorno alle 17.30, davanti alla sede del MSI, un gruppo di circa trenta persone lo avrebbe circondato e selvaggiamente percosso. Un uomo solo contro una moltitudine. Ricoverato in ospedale in condizioni serie, sarebbe stato dimesso mentre era ancora sofferente e successivamente arrestato in relazione agli avvenimenti della mattinata. La vicenda giudiziaria si sarebbe poi conclusa con il riconoscimento della sua innocenza rispetto all’episodio contestato. È un passaggio che meriterebbe di essere ricostruito attraverso gli atti originali, ma che restituisce già il clima nel quale quel ragazzo era costretto a muoversi. Si racconta anche di minacce, di un indirizzo di casa pubblicato sui giornali e di parole che, se effettivamente pronunciate, avrebbero dovuto far scattare ben più di una semplice preoccupazione: «Sei il primo della lista». Non sappiamo chi abbia pronunciato quella frase, né possiamo collegarla a un eventuale responsabile della sua morte. Ma il contesto nel quale viene collocata è quello di una stagione nella quale l’odio politico aveva smesso da tempo di essere una semplice manifestazione verbale.
IL RITORNO A CASA, LA SERA DEL 2 NOVEMBRE 1973
E poi arriva quella sera. È il 2 novembre 1973. Emanuele ha venticinque anni, ha terminato la propria giornata di lavoro presso la ditta Bertani e si prepara a tornare a casa. Novembre a Pavia significa giornate corte, umidità, freddo che sale dal Ticino e, spesso, quella nebbia fitta che avvolge le strade del Borgo, cancellando i contorni delle case e rendendo ogni tragitto più silenzioso. Immaginiamo quel ragazzo sul suo Malaguti 50, un piccolo ciclomotore, mentre percorre la strada verso casa; forse pensa alla moglie, alle bambine, alla cena, alle normali preoccupazioni di un giovane padre. Non sa che quella sarà l’ultima sera della sua vita. Intorno alle 18.30 viene ritrovato a terra in via Fratelli Scapolla, una traversa di via dei Mille, accanto al proprio motorino. Il suo corpo è esanime, gravemente ferito. Viene trasportato d’urgenza al Policlinico San Matteo, dove rimane in coma per tre giorni, senza mai riprendere conoscenza. All’alba del 5 novembre 1973 muore. La prima ipotesi è quella di un incidente stradale. Ma fin dalle prime ore emergono circostanze che alimentano interrogativi: un occhio tumefatto, un profondo graffio nella regione del collo, una posizione del corpo rispetto al ciclomotore che viene descritta come anomala. Le cronache della Provincia Pavese riferiscono che non sarebbero stati individuati veicoli contro i quali il motorino potesse aver urtato, né evidenti segni di collisione. Il 7 novembre il quotidiano titola: «Sempre oscura la morte del giovane estremista. Davvero vittima di un incidente Emanuele Zilli?». Una domanda che racconta meglio di tante parole quanto la vicenda apparisse già allora controversa.
CHE COSA ACCADDE DAVVERO IN VIA SCAPOLLA?
La tesi dell’aggressione politica, sostenuta negli ambienti missini, ha provato a ricostruire una dinamica diversa da quella della caduta accidentale. Secondo questa ipotesi, Zilli potrebbe essere stato raggiunto da una o più persone mentre procedeva lentamente sul proprio ciclomotore. Un’aggressione improvvisa, forse alle spalle, con colpi alla testa e un tentativo di farlo cadere dal mezzo. È stata ipotizzata anche una presa al collo, una sorta di «cravatta», con un braccio passato intorno alla gola, che potrebbe essere collegata al segno descritto sotto il mento. Nelle ricostruzioni successive si è parlato di una fibbia di un eskimo, di un orologio o di un’unghiata come possibili cause di quella lesione. Si è ipotizzato che il giovane, nel tentativo di sottrarsi agli aggressori, abbia perso il controllo del motorino, finendo sulla carreggiata e riportando i traumi cranici che lo avrebbero condotto alla morte. È stata avanzata anche la possibilità che gli eventuali aggressori si siano allontanati attraverso cortili e passaggi interni della zona. Rimane, come documento prezioso, il contenuto della perizia medico-legale attribuita al professor Pierucci e alla dottoressa Fiore, richiamata nella documentazione parlamentare. I medici descrissero un complesso lesivo cranico diffuso, compatibile con un impatto del capo contro un’ampia superficie oppure con l’urto di una superficie contro il capo. Esclusero inoltre la presenza di alterazioni anatomiche che potessero giustificare un improvviso malore. La relazione non identificò un’arma, non accertò un’aggressione e non stabilì la responsabilità di terzi. Anche la perizia sulla dinamica del ciclomotore lasciò aperti interrogativi sulle cause effettive della caduta. E allora la domanda rimane: che cosa successe davvero in quella strada?
UNA MORTE CHE NON HA TROVATO UNA RISPOSTA CONDIVISA
La conclusione giudiziaria ricondusse la morte a una caduta accidentale dal ciclomotore. La tesi dell’aggressione, invece, continuò a essere sostenuta dagli ambienti missini e da successive ricostruzioni. Perché una vicenda del genere è progressivamente scomparsa dalla memoria cittadina? Perché un ragazzo di venticinque anni, morto dopo essere stato protagonista di precedenti aggressioni politiche, non è diventato oggetto di una ricostruzione storica approfondita e condivisa? Non abbiamo documenti che dimostrino una deliberata volontà istituzionale di insabbiare il caso, né possiamo sostenere che magistrati o investigatori abbiano agito per ragioni politiche. Ma resta legittimo interrogarsi sul fatto che la conclusione giudiziaria non abbia cancellato i dubbi e che, con il passare degli anni, la vicenda sia stata lasciata sempre più ai margini della memoria pubblica. Forse la polarizzazione politica di allora ha contribuito a rendere difficile una memoria comune; forse la morte di un giovane militante missino non ha trovato lo spazio che avrebbe meritato nella narrazione pubblica della città. In ogni caso, il silenzio non può essere una risposta.
IL DOLORE DI UNA MOGLIE E DI DUE BAMBINE
C’è poi una parte della vicenda che nessuna ricostruzione politica dovrebbe dimenticare. Emanuele lasciò una moglie di appena ventun anni e due bambine che avevano uno e due anni. Due figlie che avrebbero dovuto crescere con un padre, ascoltare i suoi racconti, conoscere il suo carattere, accompagnarlo nelle piccole cose della vita quotidiana. Invece rimasero con una fotografia, con il ricordo tramandato da altri e con l’assenza di un uomo che non avrebbe più varcato la porta di casa. Pensare a quella giovane famiglia significa comprendere davvero la dimensione umana della tragedia. Non c’è appartenenza politica che possa ridurre il dolore di una moglie rimasta sola, né esiste un’ideologia che possa restituire a due bambine gli anni che avrebbero dovuto trascorrere con il proprio padre. Emanuele non era soltanto un nome sulle cronache, non era soltanto un militante del MSI; era un giovane lavoratore che aveva una famiglia e che quella sera stava tornando a casa.
PAVIA NON DIMENTICHI
Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, il nome di Emanuele Zilli dovrebbe appartenere alla memoria civile di Pavia, non soltanto alle commemorazioni di una parte politica. Non occorre essere stati missini, non occorre condividere le idee che animavano quella militanza, per riconoscere a un uomo il diritto di vivere, lavorare e manifestare liberamente le proprie convinzioni senza diventare bersaglio di violenza. La democrazia non può essere selettiva; non può riconoscere dignità alle vittime soltanto quando appartengono alla parte giusta. Per questo sarebbe importante recuperare gli atti ancora disponibili, verificare le testimonianze, pubblicare la documentazione medico-legale integrale e restituire alla città una ricostruzione storica che non sia condizionata da appartenenze o convenienze. Non per fabbricare colpevoli, ma per cercare la verità. Non per alimentare vendette, ma per restituire dignità alla memoria. Perché se Emanuele Zilli fu vittima di un’aggressione politica, quella verità merita di essere riconosciuta; se la sua morte fu invece conseguenza di un incidente, anche questa conclusione merita di essere spiegata fino in fondo. In entrambi i casi, il suo nome non può essere consegnato all’indifferenza. Pavia ha conosciuto anni nei quali l’avversario politico veniva considerato un nemico, anni nei quali la violenza veniva giustificata da una presunta superiorità morale, anni nei quali l’odio riusciva a travestirsi da impegno civile. È una lezione che dovrebbe appartenere a tutti, senza distinzioni. Emanuele Zilli aveva venticinque anni, una moglie, due bambine, un lavoro e una casa alla quale tornare. Quella sera di novembre non vi fece mai ritorno. E una città che vuole definirsi civile dovrebbe almeno avere il coraggio di ricordarlo.
Adalberto Ravazzani

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