


Esistono uomini che passano la vita dentro una professione senza comprenderne mai davvero il significato profondo. E poi esistono uomini che, esercitando quella professione, finiscono invece col vedere il punto esatto in cui una civiltà si spezza. Massimiliano Fiorin appartiene a questa seconda categoria. Formalmente avvocato, giurista, esperto di diritto di famiglia; sostanzialmente osservatore privilegiato della dissoluzione contemporanea. Perché chi trascorre decenni dentro separazioni, divorzi, affidamenti, conflitti tra padri, madri e figli, alla fine non studia più soltanto il diritto: studia l’uomo occidentale mentre perde sé stesso. Ed è forse proprio questa la cifra più profonda del suo pensiero. Fiorin non guarda mai la famiglia come un semplice istituto giuridico. La considera invece il centro simbolico della civiltà. E quando il centro cede, tutto il resto inevitabilmente vacilla: l’autorità, la continuità tra generazioni, la capacità educativa, la stabilità emotiva, perfino il rapporto dell’uomo con il tempo e con il sacrificio. È una visione radicalmente incompatibile con la cultura contemporanea, la quale invece ha trasformato ogni legame in esperienza reversibile e ogni promessa in contratto a termine. La forza di Fiorin nasce però da un elemento decisivo che lo accomuna alle riflessioni di un straordinario giurista qual’era Bruno Leoni: la realtà. Troppi intellettuali italiani parlano oggi della crisi della società stando comodamente seduti dentro categorie teoriche sterilizzate dall’accademia. Fiorin invece la crisi la vede passare ogni giorno davanti ai propri occhi. Non teorizza l’instabilità affettiva: ne osserva le conseguenze concrete. Non discute astrattamente della dissoluzione paterna: vede figli crescere dentro la frammentazione permanente. Non parla genericamente di disagio sociale: assiste alla trasformazione dell’amore in guerra psicologica e del matrimonio in terreno giudiziario. Ed è qui che il diritto di famiglia diventa qualcosa di molto più grande di una materia giuridica. Fiorin ha compreso infatti che il diritto contemporaneo non è mai neutrale: dietro ogni norma esiste sempre una certa idea dell’uomo. E il diritto familiare moderno racconta perfettamente la trasformazione antropologica dell’Occidente. Un tempo il diritto cercava anzitutto di proteggere la stabilità familiare; oggi sembra spesso limitarsi ad amministrarne la dissoluzione. Il matrimonio viene progressivamente ridotto a contratto emotivo revocabile, la figura paterna indebolita, la responsabilità sacrificata sull’altare dell’autodeterminazione individuale. Perfino il linguaggio giuridico rivela questa mutazione: tutto diventa fluido, negoziabile, temporaneo. Sarebbe però superficiale ridurre il pensiero di Fiorin a una nostalgia giuridica per il mondo precedente al 1975. Il punto non è il rimpianto della vecchia famiglia patriarcale né il desiderio caricaturale di restaurare l’autorità maritale del codice civile fascista. Fiorin comprende perfettamente che la riforma del diritto di famiglia nacque anche dall’esigenza storica di riconoscere dignità e responsabilità piena alla donna dentro la struttura familiare. Il problema, semmai, è ciò che culturalmente è accaduto dopo. Perché la riforma del 1975 rappresentò non soltanto un cambiamento normativo ma l’inizio di una mutazione antropologica molto più profonda: la progressiva trasformazione della famiglia da istituzione fondata sulla permanenza a struttura fondata prevalentemente sull’autorealizzazione individuale. Da quel momento il diritto familiare occidentale ha lentamente smesso di considerare il matrimonio come legame stabile da proteggere per cominciare invece a trattarlo come equilibrio negoziale continuamente reversibile. È precisamente questo che Fiorin critica: non la parità tra uomo e donna, ma la dissoluzione dell’idea stessa di vincolo. Non la tutela dei diritti individuali, ma il fatto che ogni diritto abbia progressivamente divorato il senso del dovere, della fedeltà e della responsabilità permanente. Perché quando il diritto si limita soltanto a garantire le libertà individuali e i desideri che deresponsabilizzano l’individuo senza più custodire la continuità familiare, finisce inevitabilmente per produrre instabilità sociale. E infatti Fiorin non propone affatto un ritorno meccanico al passato. Propone qualcosa di molto più difficile: ricostruire un diritto di famiglia capace di tutelare anzitutto la conservazione dei legami e non soltanto la loro dissoluzione amministrativa. Un diritto che torni a considerare centrale il bene dei figli, la continuità affettiva, la responsabilità paterna e materna, la conciliazione familiare, la stabilità come valore pubblico e non come scelta privata facoltativa. Ma dentro questa riflessione esiste anche un altro elemento, ancora più profondo e quasi mai discusso apertamente: il rapporto tra Stato e famiglia. Fiorin sembra intuire che la progressiva fragilità della famiglia contemporanea non sia soltanto una conseguenza culturale spontanea ma anche il risultato di una lenta sostituzione simbolica. Più la famiglia perde forza, più lo Stato aumenta la propria presenza nella vita dell’individuo. Dove il padre arretra, avanzano le istituzioni. Dove la famiglia non educa più, educano la burocrazia e gli assistenti sociali. Dove vengono meno appartenenza, identità e autorità domestica, interviene inevitabilmente il potere amministrativo. In fondo la famiglia rappresenta l’ultimo grande spazio umano che sfugge completamente alla logica statale e tecnocratica. È il luogo del legame gratuito, della trasmissione spontanea, della fedeltà non regolata dal mercato né dall’apparato pubblico. Ed è forse proprio per questo che la modernità tende inconsapevolmente a diffidarne. Una famiglia forte produce infatti individui meno manipolabili, meno dipendenti psicologicamente dal sistema, più capaci di identità autonoma. Al contrario, individui isolati, privi di radici familiari stabili, diventano inevitabilmente più fragili, più consumatori che cittadini, più facilmente governabili attraverso il bisogno emotivo ed economico. Fiorin non sviluppa mai questa riflessione in termini complottistici o ideologici. Ma nelle sue analisi si percepisce chiaramente la convinzione che una società incapace di custodire la famiglia finisca inevitabilmente per delegare allo Stato funzioni sempre più invasive: educative, affettive, morali, perfino psicologiche. E così il diritto di famiglia contemporaneo, frutto di un legislatore che ha svolto un’opera meccanica contaminata dalla falsa coscienza, rischia lentamente di trasformarsi da strumento di tutela dei legami a semplice amministrazione metodica delle loro rovine. In questa prospettiva, Fiorin insiste anche sul fatto che la crisi della famiglia non possa essere letta esclusivamente come fenomeno privato o sentimentale. Quando i legami diventano fragili, infatti, a indebolirsi non è soltanto la coppia ma l’intero tessuto sociale: aumentano l’isolamento individuale, la precarietà educativa, la difficoltà nella trasmissione culturale e persino la sfiducia verso le istituzioni. La famiglia, nel suo pensiero, continua a rappresentare il primo luogo in cui si impara la responsabilità reciproca, il limite, la cura e la continuità tra generazioni. Fiorin vede nei tribunali ciò che sociologi e editorialisti fingono di non vedere: la dissoluzione familiare produce inevitabilmente fragilità sociale. Perché quando il primo luogo educativo dell’uomo si frantuma, anche la società intera perde equilibrio. Bambini cresciuti senza continuità affettiva, adulti incapaci di permanenza, rapporti ridotti a consumo emotivo: dietro molte patologie contemporanee esiste precisamente questa desertificazione simbolica. Nei suoi libri questo tema ritorna continuamente. La Fabbrica dei Divorzi non è soltanto un testo giuridico ma quasi un’autopsia morale dell’Occidente contemporaneo. Il titolo stesso contiene già la diagnosi: il divorzio non appare più come eccezione dolorosa ma come sistema, meccanismo culturale, struttura quasi industriale della modernità sentimentale. Anche Finché la legge non vi separi prosegue dentro questa riflessione corrosiva: il diritto moderno, contaminato da un giuspositivismo che ha seppellito ogni residuo di giusnaturalismo, nato teoricamente per proteggere la famiglia con l’emanazione di Codici via via sempre più formali e complessi, finisce spesso col accompagnarne la dissoluzione attraverso una neutralità soltanto apparente. Ma forse è nel suo ultimo romanzo, Il Re di Picche, che emerge il volto più letterario e simbolico della sua riflessione. Qui Fiorin abbandona temporaneamente il saggio giuridico per entrare in un territorio più narrativo, quasi esistenziale, ma il nucleo rimane lo stesso: il disordine interiore dell’uomo e specialmente della donna contemporanea, consumata dall’ego, dal lassismo e dal femminismo straccione odierno. Per non parlare dell’hybris, della tracotanza dell’individuo che conduce ad azioni che rompono l’equilibrio famigliare e sociale. E l’hybris è, senza ombra di dubbio, l’opposto concettuale e morale della virtù della sophrosyne, letteralmente la moderazione, il controllo e la saggezza dell’essere umano, concetti assiologici particolarmente cari agli antichi pensatori della Grecia antica. Il titolo stesso possiede una forza archetipica. Il re di picche non è semplicemente un personaggio: è una figura del potere svuotato, dell’autorità ferita, della maschilità contemporanea che oscilla tra dominio, fragilità e solitudine. Nel romanzo si respira continuamente il senso di una civiltà che ha perso il centro simbolico del maschile e dunque anche il senso della responsabilità, della sobrietà , della permanenza e della provvidenza come forza spirituale che regge e guida le sorti dell’uomo. Fiorin utilizza la narrativa non per evasione ma per approfondire ancora una volta il medesimo tema: la crisi dell’uomo occidentale quando smarrisce il limite, il sacro e la fedeltà. A rendere ancora più interessante la figura di Fiorin è poi la sua attività pubblicistica, perché nei suoi articoli emerge forse il volto più libero e combattivo del suo pensiero. Nei testi dedicati alla crisi del matrimonio, alla dissoluzione dell’autorità paterna, al relativismo giuridico contemporaneo o alla trasformazione della famiglia in semplice aggregato emotivo revocabile, si avverte sempre una polemica più profonda contro l’Occidente liquido. Fiorin non attacca soltanto certe leggi: attacca la concezione dell’uomo che quelle leggi presuppongono.In molti suoi interventi ritorna infatti una convinzione centrale: la società contemporanea ha desacralizzato tutto. Ha desacralizzato il matrimonio riducendolo a esperienza sentimentale temporanea, la sessualità separandola completamente dalla responsabilità, la paternità trasformandola in funzione negoziabile, la maternità subordinandola all’efficienza produttiva, perfino il dolore convertendolo in anomalia da eliminare immediatamente. Ma una civiltà che desacralizza sistematicamente ogni legame finisce inevitabilmente per produrre individui incapaci di appartenenza stabile. E individui incapaci di appartenenza diventano inevitabilmente anche incapaci di comunità. Nei suoi articoli più corrosivi emerge inoltre una critica fortissima contro l’intellettualismo progressista contemporaneo, quello che parla ossessivamente di diritti individuali ignorando però le devastazioni antropologiche provocate dalla dissoluzione familiare. Fiorin sembra intuire qualcosa che gran parte della cultura italiana rifiuta di vedere: l’uomo non si regge soltanto sui diritti ma sui vincoli. Non cresce nell’assenza di limiti ma dentro strutture simboliche forti. E quando queste strutture vengono demolite in nome dell’autodeterminazione assoluta, il risultato non è la liberazione dell’individuo ma la sua frammentazione psicologica. Ma Fiorin non è soltanto un giurista polemico. Ed è qui che molti sbagliano profondamente nel leggerlo. Nei suoi scritti emergono continuamente riferimenti filosofici, antropologici, simbolici. Nietzsche, Jung, Hillman, la riflessione sulla figura paterna, il rapporto tra eros e responsabilità, la crisi della maschilità contemporanea. Fiorin comprende infatti che il diritto da solo non basta a spiegare la catastrofe affettiva dell’Occidente. La crisi è anzitutto spirituale. L’uomo contemporaneo non fugge semplicemente dal matrimonio: fugge dal peso stesso della permanenza. In questo il suo rapporto intellettuale con Claudio Risé diventa estremamente significativo. Risé non è soltanto uno psicanalista o un saggista: rappresenta una delle rarissime figure italiane che hanno tentato di leggere la crisi contemporanea sul piano simbolico e spirituale. Nei suoi libri ha analizzato la dissoluzione della figura paterna, l’infantilizzazione maschile, la perdita del sacro, il collasso dell’autorità e delle radici. Le sue prefazioni ai libri di Fiorin non sono semplici introduzioni editoriali ma il riconoscimento di una comune battaglia culturale. Entrambi infatti comprendono che senza padri autorevoli, senza continuità familiare e senza senso del limite una civiltà inevitabilmente regredisce verso forme di infantilismo collettivo. Ed è impossibile, leggendo Fiorin, non pensare anche a Camillo Langone. A prima vista sembrano figure diverse: Langone più corsaro, aforistico, provocatorio; Fiorin più metodico, analitico, quasi chirurgico nel ragionamento. Eppure il nucleo culturale è sorprendentemente vicino. Entrambi combattono contro il medesimo vuoto occidentale. Entrambi rifiutano l’intellettualismo sterile delle élite progressiste che dominano l’accademia odierna. Entrambi vedono nel cristianesimo non un ornamento culturale ma una struttura antropologica viva senza la quale l’Europa perde sé stessa. Anche il loro rapporto con la modernità è simile. Né Langone né Fiorin credono al mito progressista della liberazione permanente. Hanno compreso che una società che rompe sistematicamente ogni vincolo produce individui sempre più manipolabili, ansiosi e isolati. Langone osserva questo collasso soprattutto attraverso il costume, l’arte, la religione, il paesaggio umano italiano. Fiorin invece lo osserva dal punto più tragico: la famiglia. Ma la diagnosi finale coincide. L’Occidente contemporaneo ha sostituito la profondità con l’emotività, la responsabilità con l’autenticità, il sacrificio con il desiderio individuale. Anche nello stile esiste una parentela evidente. Fiorin, come Langone, scrive contro il linguaggio anestetizzato dell’accademia contemporanea. Non teme il giudizio, non si nasconde dietro la prudenza sociologica, non utilizza il lessico neutrale delle élite culturali moderne. Nei suoi articoli emerge spesso una scrittura tagliente, ironica, a tratti perfino spietata verso le ipocrisie del progressismo contemporaneo. Ed è probabilmente qui che il pensiero di Fiorin assume una portata persino politica e metodologica. Perché leggere la crisi della famiglia come anticipo della crisi sociale significa comprendere che nessuna riforma economica o amministrativa sarà mai sufficiente senza una ricostruzione simbolica e spirituale dell’uomo contemporaneo. Una società non si rigenera semplicemente redistribuendo ricchezza o moltiplicando diritti formali. Si rigenera restituendo senso ai legami, autorevolezza alla figura paterna, dignità al sacrificio, continuità tra le generazioni, limite al desiderio individuale. Ed è qui che riemerge il tema del sacro, fondamentale tanto in Fiorin quanto in Langone e in Risé. Non il sacro ridotto a estetica folkloristica o spiritualismo sentimentale, ma il sacro come riconoscimento di qualcosa che trascende l’individuo e ne limita l’onnipotenza. Una società senza sacro infatti produce inevitabilmente individui convinti che ogni desiderio debba trasformarsi immediatamente in diritto. Ma quando il desiderio diventa sovrano assoluto, il legame umano diventa impossibile, perché ogni permanenza implica rinuncia, disciplina, fedeltà e dunque anche sofferenza. Fiorin ha capito che il vero collasso occidentale non avviene anzitutto nelle crisi economiche o politiche. Avviene quando una civiltà smette di credere nella durata dei propri legami fondamentali. Perché una società che considera provvisorio il matrimonio finirà inevitabilmente per rendere provvisorio tutto il resto: l’educazione, la comunità, l’identità, perfino l’idea stessa di verità. E forse è proprio qui che il suo pensiero diventa qualcosa di più di una semplice critica culturale. Diventa diagnosi. Perché Fiorin costringe l’uomo contemporaneo a guardare il punto che cerca disperatamente di evitare: la modernità non sta crollando nonostante la dissoluzione dei legami, ma precisamente a causa di essa. E forse soltanto tornando a riconoscere il carattere sacro della famiglia, del limite e della responsabilità sarà ancora possibile ricostruire una società che non viva soltanto di desideri individuali ma anche di destino comune.
Adalberto Ravazzani

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