Ci sono storie che appartengono al calcio. E poi ci sono storie che passano alla storia. Quella di Giusy Achilli, al secolo Giuseppina Schiavio, mancata lo scorso 13 settembre all’età di 72 anni dopo una lunga malattia, appartiene ad entrambe. Quando si parla del Pavia, il pensiero corre inevitabilmente alle maglie azzurre, allo stadio, alle domeniche di campionato, ai giocatori e agli uomini che negli anni hanno contribuito a scrivere la storia del club. Tra i protagonisti di quella storia c’è anche una donna che, in un’epoca nella quale vedere una donna ai vertici di una società calcistica era tutt’altro che normale, seppe conquistare un posto speciale, entrando nel mondo del pallone dalla porta principale, diventando rapidamente volto pubblico e personaggio iconico del Pavia e del calcio italiano.

Dal 1988 al 1994 fu presidente dell’A.C. Pavia, ed ancora oggi è ricordata come una figura centrale di una delle pagine più significative della storia recente del club azzurro. Il suo ruolo andò ben oltre i confini della città delle Cento Torri: è infatti ricordata come la prima donna a ricoprire la carica di Presidente nel calcio italiano, primato che, a raccontarlo oggi, rischia quasi di sembrare normale, tuttavia, alla fine degli anni Ottanta, rappresentava una vera e propria novità. Correva l’anno 1988: il calcio italiano era un mondo nel quale le posizioni dirigenziali più importanti erano quasi esclusivamente occupate da uomini. In questo scenario entra in scena Giusy Achilli, prendendo il testimone del marito Claudio dopo che il club era da poco retrocesso in C2 a seguito di un illecito sportivo. La sua presenza alla guida del Pavia rappresentò una novità non solo per il club di via Alzaia, ma per l’intero movimento calcistico italiano. Abituata alla gestione della concessionaria di famiglia Achilli Motors, giovane imprenditrice abituata a prendere decisioni, la sua non è una semplice presenza simbolica, poichè ben presto prende possesso del ruolo mostrando carattere e personalità marcati: essere Presidente significa rappresentare la società, assumersi responsabilità, affrontare le difficoltà quotidiane e prendere decisioni in un ambiente competitivo e complesso: Giusy Achilli lo ha fatto egregiamente per sei stagioni, e a questo proposito il marito Claudio ricorda che “era bravissima a casa ma tosta quando si parlava di Pavia, che per lei era una seconda famiglia e una seconda casa”. In un ambiente nel quale la presenza femminile ai vertici era praticamente sconosciuta, la sua figura fece subito notizia: in un’intervista facilmente reperibile in rete, Giusy ha dichiarato: “la prima volta che sono andata ad una riunione di lega Matarrese ai tempi mi ha regalato una cravatta, perchè non sospettava una donna, poi invece mi ha fatto avere un foulard. Forse perchè sono stata la prima, ma ho ricevuto dei consensi e dei gesti talmente carini e gentili di tutte le altre società che ci ospitavano, incredibili.”

Elegante, diretta, determinata, seppe costruirsi una notorietà che andava oltre i risultati della squadra, tanto che i giornali dell’epoca arrivarono a definirla la lady di ferro del calcio pavese: teneva i rapporti con le istituzioni, cercava risorse, fungeva da raccordo tra società, squadra e tifoseria. La sua immagine in sella a una Kawasaki – come ha ricordato il marito Claudio in una recente intervista ai nostri canali social – spesso con la giacca di pelle nera, contribuì a renderla immediatamente riconoscibile anche fuori dallo stadio. Ha voluto fortemente la costituzione del club ladies azzurre, e ogni volta che i tifosi partivano in pullman per andare in trasferta, era sempre pronta ad assicurarsi che tutti, comprese le persone più in difficoltà, avessero il biglietto, e quando mancava qualcosa era la prima a coprire le spese di tasca sua, e al termine della storica trasferta di Sarzana che sancì il ritorno in C1 degli azzurri dopo due stagioni, fece il viaggio di ritorno proprio in pullman insieme ai tifosi. E, sempre a proposito di pullman, sempre il marito Claudio ha ricordato che “a un certo punto si parlava di un regalo di Natale, lei disse non voglio niente, voglio il pullman! E insomma, io ho dovuto regalarle il pullman del Pavia”. Insomma, in un momento storico nel quale si parla molto di inclusione e parità di diritti, al termine degli anni Ottanta Giusy Achilli mostrava già una certa lungimiranza. Inoltre, ha contribuito in modo decisivo a migliorare lo stadio, volendo fortemente la copertura e l’allungamento dei distinti ed impegnandosi tantissimo per ottenere il rifacimento degli spogliatoi: il Fortunati che vediamo oggi, lo conosciamo anche grazie alla famiglia Achilli.

Il suo impatto è notevole anche nelle questioni di campo: nella stagione 1988/89, il Pavia parte bene, con tre vittorie in trasferta che lo proiettano in cima alla classifica, a cui seguono due sconfitte e il pari a reti bianche con l’Oltrepo che portano momenti di grande tensione: Giusy decide di dare una svolta con l’esonero del tecnico Giampiero Ghio, espulso quattro volte per proteste, e chiamando al suo posto Nello Santin. Dopo alcuni risultanti altalenanti, arriva un ciclo di dodici risultati utili consecutivi che tengono gli azzurri agganciati alla vetta, tuttavia, l’autorete di Gabetta nello scontro diretto con l’Alessandria al Moccagatta certifica che al Pavia manca ancora qualcosa per il salto di categoria, e che senza dubbio ci riproverà l’anno successivo: sulla panchina azzurra siede ora Giorgio Campagna, i principali trascinatori in campo sono il capocannoniere del girone Stefano Civeriati (20 gol) insieme all’attaccante scuola Juventus Marco Bruzzano e Ricky Massara (8 reti per entrambi), attuale diesse bianconero, al quale abbiamo dedicato un altro articolo della nostra rubrica. Gli azzurri disputano un campionato di vertice, concludendo il torneo al secondo posto, che significa promozione in C1, che arriva all’ultima giornata, nella già citata e divenuta storica trasferta di Sarzana, dove tutta Pavia si è letteralmente mobilitata per seguire la squadra. Il gol decisivo è di Civeriati, dal dischetto. Un esodo imponente, come ricorda il marito Claudio: “vedere tredici pullman che seguono la squadra e vedere lei entusiasta di tutto questo è stata una cosa bellissima, come se le fosse nato un figlio.”


Nella stagione seguente, in C1, il dg Carnevali (ora alla Juventus) e il ds Calzavacca puntano ad un campionato di consolidamento, tra i numerosi arrivi spiccano quelli del difensore Luciano Dondo, futuro capitano azzurro, dell’attaccante Raffaele Solimeno dal Venezia (11 gol stagionali) e di Massimiliano Allegri, fedelissimo ed allievo di Giovanni Galeone prima, vincente con Milan e Juventus dopo essere stato eletto miglior allenatore della serie A quando sedeva sulla panchina del Cagliari. Gli azzurri disputano un’ottima stagione, mai coinvolti nella lotta per non retrocedere e concludono il campionato al nono posto, a un solo punto dalla partecipazione alla Coppa Italia dei grandi, qualificazione persa in casa contro il Venezia di Paolo Poggi e un arbitraggio non proprio memorabile dell’emergente Pierluigi Collina. Sembra che il Pavia abbia trovato uno stabile assetto societario, tuttavia l’anno seguente gli azzurri perdono i loro big e la gran parte dei nuovi arrivati non si dimostrano all’altezza, e dopo un deludente girone di andata a poco servono l’esonero di Meregalli e il ritorno in panchina di Gianni Bui: a fine stagione sarà C2. Nelle due stagioni seguenti, le ultime dell’era Achilli, nel Pavia allenato dal pavese Paolino Chierico che si classifica rispettivamente decimo e sesto, dopo che negli anni precedenti ha visto muovere i primi passi tra gli altri dei vari Roberto Rambo Rambaudi, Carmine Nunziata e Gualtiero Grandini, spicca il volo il bomber altoatesino Stefan Schwoch, che in maglia azzurra segnerà 19 gol in due stagioni e negli anni a venire, mettendo a referto 135 reti, diventa il bomber più prolifico della serie B, record che ha detenuto dal 2008 e che è stato infranto dall’attaccante della Sampdoria Massimo Coda soltanto il 31 agosto 2025.
L’era Achilli, si conclude ufficialmente nel 1994: le regole federali sulla contemporanea presenza di una stessa famiglia in più società professionistiche contribuirono a rendere più complesso quel periodo, dove, trasferitasi a Livorno insieme al marito Claudio, diviene per anni la first lady amaranto, assistendo alla rinascita del club labronico dopo il terzo fallimento: risale dall’Eccellenza fino allo spareggio per la Serie B contro la Cremonese, prima della cessione ad Aldo Spinelli. Quando si lascia alle spalle per l’ultima volta il Fortunati di Pavia, i tifosi più affezionati hanno un velo di tristezza e di malinconia, perchè sanno che non vedranno più arrivare da lontano in moto la prima Presidentessa del calcio italiano, che ricorda: “quando ho deciso non sono più tornata per parecchi anni, è stato un addio molto sofferto e mi dispiaceva. C’era un bar allo stadio Fortunati di Pavia e c’erano tanti anziani che andavano a bersi il caffè, a passare il pomeriggio… Non aspettavano altro che me.”

A distanza di tanti anni, il nome di Giusy Achilli continua ad essere legato a quello dell’A.C. Pavia.
E forse è proprio questo il senso più autentico di un amarcord. Non limitarsi a ricordare classifiche, risultati e formazioni, ma andare a cercare le persone che hanno contribuito a costruire l’identità di una squadra. Perché una società calcistica non vive soltanto attraverso i gol, ma anche e sopreattutto attraverso le persone che, in momenti diversi, ne hanno indossato la maglia, l’hanno allenata, raccontata, sostenuta, guidata. Giusy Achilli ha fatto parte di questa storia in un modo particolarmente significativo: diventando la prima donna presidente del calcio italiano, alla guida del Pavia. Nel calcio moderno siamo abituati a parlare continuamente di presente e futuro. Ma senza memoria non esiste identità.
Per questo vale la pena fermarsi e ricordare Giusy Achilli, la sua esperienza e quel primato che lega indissolubilmente il suo nome ai colori azzurri. E quando si racconta la storia del Pavia, il suo nome merita un posto speciale. Perché prima ancora di essere una presidente, Giusy Achilli è stata una pioniera. E le pioniere, nel calcio come nella vita, aprono la strada affinché altri possano percorrerla.

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Paolo Corti

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