

C’è una forma moderna di moralismo che non ha più il volto severo dei vecchi censori, ma quello rassicurante del professionista benestante che parla di sostenibilità durante un convegno sponsorizzato da qualche multinazionale energetica. Non impone penitenze in nome della religione, ma sacrifici in nome del clima. E soprattutto pretende di essere indiscutibile. È questa la vera forza dell’ideologia green contemporanea: non presentarsi come una posizione politica, economica e culturale — che dunque potrebbe essere criticata — ma come una verità morale superiore, davanti alla quale ogni dissenso deve apparire egoista, ignorante o barbaro.
Il punto, sia chiaro, non è negare l’importanza dell’ambiente. Nessuna persona ragionevole può desiderare città sporche, fiumi avvelenati o aria irrespirabile. Il punto è un altro: capire come la questione ambientale sia stata trasformata in un gigantesco cliché ideologico, dominato più dall’estetica del bene che dalla concretezza dei risultati. Una religione laica fatta di slogan, sensi di colpa e posture morali, dentro la quale il cittadino comune viene trattato come il principale colpevole della rovina del pianeta mentre le grandi liturgie internazionali celebrano la nuova aristocrazia del bene: quella che vola in business class per spiegare agli altri che devono consumare meno.
Eppure basterebbe guardare la realtà con un minimo di onestà storica per accorgersi che il mondo industriale moderno è già immensamente più pulito di quello di ieri. Le città europee degli anni Sessanta e Settanta erano soffocate da smog, piombo, carbone, zolfo. I fiumi vicino alle aree industriali erano discariche liquide. Le automobili emettevano quantità di sostanze tossiche infinitamente superiori rispetto a quelle attuali. Oggi, invece, i motori consumano meno, gli impianti industriali sono più efficienti, le emissioni dei principali inquinanti sono drasticamente diminuite e la qualità dell’aria, pur con problemi ancora presenti, è incomparabilmente migliore rispetto a mezzo secolo fa.
E qui emerge la grande rimozione dell’ambientalismo ideologico: questi miglioramenti non sono arrivati grazie alla decrescita felice, ai cortei con le vernici sui monumenti o alle prediche apocalittiche. Sono arrivati grazie al progresso industriale, scientifico e tecnologico. È stata l’innovazione a rendere le automobili meno inquinanti, non la demonizzazione dell’automobile. È stata l’evoluzione tecnologica a ridurre consumi e sprechi, non il pauperismo elevato a virtù morale. La società moderna è più ecologica proprio perché è più avanzata. Le economie ricche possono permettersi depuratori, filtri, ricerca energetica, materiali migliori, reti efficienti. La povertà non ha mai salvato l’ambiente: al contrario, spesso lo devasta.
Ma questo l’ideologia green non può ammetterlo fino in fondo, perché la sua forza non nasce dall’analisi razionale bensì dal senso di colpa. E il senso di colpa ha bisogno di nemici simbolici. Ecco allora la guerra all’automobile, trasformata nel peccato originale della modernità. Non importa che le auto moderne inquinino enormemente meno di quelle del passato. Non importa che milioni di persone abbiano bisogno della mobilità privata per lavorare, vivere, spostarsi. L’automobilista deve essere colpevolizzato perché rappresenta qualcosa che il nuovo moralismo detesta profondamente: la libertà individuale, l’autonomia personale, la possibilità di vivere senza dipendere da una pianificazione centralizzata dei comportamenti.
Così si tassano carburanti, si moltiplicano divieti, si restringono spazi urbani, si impongono transizioni costosissime verso tecnologie che gran parte del ceto medio non può ancora permettersi. E tutto questo viene raccontato come inevitabile progresso civile. Curiosamente, però, i sacrifici ricadono quasi sempre sugli stessi: famiglie normali, piccoli imprenditori, artigiani, lavoratori pendolari. Mai sulle élite che predicano sobrietà dai quartieri benestanti delle grandi metropoli. Il SUV elettrico di lusso, la biciclettina colorata, diventano simbolo di virtù, mentre l’utilitaria diesel dell’operaio viene trattata come una minaccia planetaria. Più che ecologia, sembra sociologia del privilegio.
Il paradosso è che molte di queste politiche producono risultati discutibili persino sul piano ambientale. L’Europa chiude industrie considerate troppo inquinanti, salvo poi importare gli stessi prodotti da paesi che producono con standard ambientali peggiori. Si trasferiscono emissioni, non le si elimina. Si indebolisce il sistema produttivo europeo mentre altre economie continuano a crescere senza gli stessi vincoli. Ma guai a dirlo: significherebbe incrinare il racconto morale.
E infatti uno degli aspetti più inquietanti di questa stagione culturale è proprio il rapporto quasi religioso con la “scienza”. “Lo dice la scienza” è diventata una formula magica usata non per aprire il dibattito, ma per chiuderlo. Eppure la scienza autentica vive di confronto, dubbio, verifica continua. Può spiegare fenomeni climatici, stimare rischi, costruire modelli. Non può trasformare automaticamente ogni decisione politica in verità indiscutibile. Stabilire quanto debba costare una transizione energetica, quali sacrifici economici siano sostenibili, quali priorità industriali debbano essere difese: tutto questo appartiene alla politica, non alla fisica.
Ma l’ideologia green contemporanea tende a cancellare questa distinzione. Chiunque osi criticare certe politiche viene immediatamente dipinto come nemico della scienza, quasi fosse un eretico medievale. È il tratto tipico di ogni dogmatismo: non discutere l’avversario, delegittimarlo moralmente.
La verità, molto meno teatrale ma infinitamente più concreta, è che la vera alleata dell’ambiente resta la stessa che ha migliorato la vita umana negli ultimi due secoli: l’intelligenza produttiva dell’uomo. Tecnologia, industria, ricerca, innovazione energetica, efficienza. Non il culto della rinuncia permanente. Non l’idea malinconica di una civiltà che deve imparare a consumare, produrre e vivere sempre meno.
Le società avanzano quando inventano, non quando si autoflagellano. E forse il vero problema dell’ideologia green non è nemmeno l’ambientalismo in sé, ma la sua visione profondamente sfiduciata dell’uomo: un essere considerato soprattutto dannoso, colpevole, eccessivo, da limitare e sorvegliare. È qui che la questione ambientale smette di essere una battaglia ragionevole e diventa una forma di conformismo culturale. Un conformismo elegante, ben vestito, pieno di parole inglesi e buoni sentimenti, ma non per questo meno assolutista.
Perché ogni epoca produce la propria ortodossia morale. E la nostra ha deciso che il progresso debba chiedere scusa per esistere.
Adalberto Ravazzani

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