Una riflessione di Vito Foschi

L’altro giorno, senza una ragione precisa, mi è tornato in mente un piccolo libro letto tempo fa, uno di quei volumi sottili che finiscono quasi sempre negli scaffali laterali della memoria e che invece, proprio quando meno te lo aspetti, riaffiorano con una forza sorprendente. Si intitola Piccolo manuale della libertà e lo ha scritto Vito Foschi per Sapere aude edizioni , autore appartato, irregolare, difficilmente classificabile dentro le consuete categorie della pubblicistica italiana contemporanea, perché appartiene a quella razza ormai rara di saggisti che non cercano né il prestigio accademico né la militanza ideologica, ma inseguono qualcosa di più complicato: il desiderio di parlare al lettore comune senza rinunciare alle idee.
E forse il punto è proprio questo. La libertà, oggi, è diventata una parola talmente consumata da aver quasi perso consistenza. Tutti la nominano, pochi la definiscono, quasi nessuno sembra disposto ad accettarne il prezzo. Si parla di libertà come si parla del clima o della pace: termini assoluti, generici, buoni per ogni stagione politica. Foschi invece prova a riportarla sulla terra, a sottrarla ai manifesti e alle dichiarazioni solenni per ricondurla dentro la vita ordinaria, là dove la libertà smette di essere un principio astratto e diventa una pratica quotidiana, fatta di responsabilità, rischio, autonomia, perfino errore.
Il libro procede senza pesantezze teoriche, senza l’ossessione di dimostrare erudizione. E questa è forse la sua prima qualità stilistica. Foschi scrive con una leggerezza solo apparente, degna della sua mente ingegneristica, perché dietro il tono colloquiale si avverte continuamente una struttura di pensiero molto precisa. Non c’è mai il compiacimento professorale di chi usa le idee per schiacciare il lettore; al contrario, si ha l’impressione che l’autore voglia accompagnarlo dentro questioni enormi — il rapporto fra individuo e Stato, il limite del potere pubblico, il confine fra tutela e controllo — servendosi di esempi quotidiani, immagini popolari, riferimenti che appartengono alla cultura comune e non soltanto alle biblioteche universitarie.
In questo senso il libro possiede qualcosa che la saggistica italiana ha quasi completamente perduto: il gusto della divulgazione intelligente. Foschi sembra appartenere a una tradizione antica, quella degli scrittori convinti che le idee non debbano necessariamente diventare oscure per apparire profonde. E infatti il testo scorre come una conversazione lunga, a tratti ironica, spesso provocatoria, sempre animata dalla volontà di demolire un’abitudine mentale molto contemporanea: l’idea che la libertà coincida con la protezione permanente.
Qui emerge il nucleo autentico del libro. Foschi osserva come le società moderne abbiano progressivamente trasformato lo Stato da arbitro a tutore, da garante a presenza continua, quasi paterna, chiamata non soltanto a regolare la convivenza civile ma a correggere comportamenti, prevenire rischi, educare cittadini, indirizzare perfino desideri e stili di vita. Ed è interessante il modo in cui l’autore affronta questa trasformazione, perché non lo fa con la rabbia ideologica del libertario militante né con il fanatismo di chi sogna l’abolizione di ogni istituzione; lo fa piuttosto con una specie di inquietudine civile, come se avvertisse che ogni forma di protezione eccessiva produca inevitabilmente una diminuzione della responsabilità individuale.
È un tema enorme, forse il grande tema del nostro tempo. Perché la libertà è affascinante finché resta teorica; diventa molto meno seducente quando implica la possibilità concreta di fallire. E allora si comprende perché le società contemporanee, sempre più impaurite e fragili, chiedano continuamente nuove forme di regolamentazione. Ogni crisi genera una domanda di controllo. Ogni emergenza giustifica una limitazione. Ogni paura produce un nuovo pezzo di autorità. Foschi coglie questo meccanismo con lucidità e prova a smontarlo pezzo dopo pezzo, mostrando come il confine fra tutela e paternalismo possa diventare sottilissimo.
Naturalmente il libro si muove dentro una sensibilità apertamente liberale e libertaria, ma sarebbe un errore ridurlo a un manifesto politico. In realtà ciò che interessa davvero all’autore non è la costruzione di un sistema ideologico coerente; ciò che gli preme è difendere l’idea dell’individuo come soggetto adulto, capace di scegliere senza avere continuamente bisogno di una struttura superiore che decida cosa sia bene per lui. Ed è qui che il libro diventa interessante anche per chi non condivida fino in fondo le sue conclusioni. Perché la domanda che attraversa ogni pagina è semplice e insieme devastante: quanto siamo ancora disposti ad assumerci il peso della libertà?
Il liberalismo, nella sua forma più alta, nasce precisamente da questa domanda. Non come esaltazione egoistica del mercato o culto superficiale dell’iniziativa privata — caricature che spesso dominano il dibattito pubblico — ma come fiducia imperfetta nell’autonomia dell’uomo. Il libertarismo di Foschi spinge questa intuizione ancora più avanti, verso una diffidenza quasi istintiva nei confronti del potere centralizzato. E tuttavia nel libro non c’è mai fanatismo. Semmai c’è una costante preoccupazione morale: la paura che una società troppo protetta finisca lentamente per disabituarsi alla libertà stessa.
Ed è forse questa la riflessione più inquietante che il libro lascia addosso. La libertà non muore quasi mai attraverso le dittature spettacolari che riempiono i manuali di storia; molto più spesso si consuma lentamente dentro il desiderio collettivo di sicurezza, ordine, semplificazione. Gli uomini cedono pezzi di autonomia non perché costretti, ma perché rassicurati. Delegano volentieri, purché qualcuno prometta loro stabilità. Foschi sembra suggerire che il vero nemico della libertà moderna non sia tanto l’autoritarismo dichiarato quanto la dolce tentazione della dipendenza.
Per questo Piccolo manuale della libertà resta un libro curioso e, a suo modo, necessario. Non perché offra soluzioni definitive — non le offre affatto — ma perché obbliga il lettore a confrontarsi con una domanda che la politica contemporanea evita accuratamente: se siamo davvero ancora disposti a essere liberi oppure se, in fondo, preferiamo semplicemente sentirci protetti.
Adalberto Ravazzani


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