Pavia ostaggio della notte: il centro storico consegnato a bivacchi, alcol e degrado
Ho letto l’articolo pubblicato oggi su La Provincia Pavese sulla cosiddetta “malamovida” e la sensazione è una sola: a Pavia non siamo più davanti a un’emergenza occasionale, ma a una resa permanente.
La chiamano ancora movida, quasi per addolcire il termine, quasi per nascondere la realtà dietro una parola moderna e innocua. Ma ciò che accade da anni nel centro storico non ha nulla della vitalità elegante di una città universitaria. Qui si parla di bivacchi, urla fino all’alba, bottiglie lasciate ovunque, rifiuti sparsi sui marciapiedi, fumo continuo, alcol consumato senza controllo e residenti costretti a vivere le notti come un assedio.
Basta passare dopo mezzanotte tra Via Siro Comi e Via Volturno per capire quanto la situazione sia degenerata. Gruppi seduti a terra o appoggiati ai portoni, musica sparata dai telefoni, schiamazzi che rimbalzano tra i palazzi, lattine abbandonate, bicchieri sui davanzali, mozziconi ovunque. E al mattino resta il solito spettacolo: sporcizia, odore acre di birra e sigarette, vetri per strada e cittadini esasperati.
Il problema non è la vita notturna. Le città vive creano aggregazione sana, ed è giusto che i giovani si ritrovino. Il problema nasce quando il rumore diventa sopraffazione e il divertimento si trasforma in degrado tollerato. Quando chi abita nel centro storico perde il diritto elementare al riposo e al decoro.
Ed è qui che la responsabilità politica diventa impossibile da ignorare.
La giunta di centrosinistra, nonostante anni di promesse elettorali, non ha mai affrontato seriamente la questione. Anzi, col tempo ne è diventata corresponsabile. Perché tollerare significa partecipare. Minimizzare significa incoraggiare. Rinviare continuamente decisioni e controlli significa lasciare intere zone della città in balia dell’inciviltà.
Ogni primavera, ogni singola stagione, torna il solito copione: proteste dei residenti, dichiarazioni prudenti, promesse di monitoraggio, qualche controllo temporaneo. Poi il nulla. La sensazione diffusa è che il Comune abbia scelto la linea più comoda: fingere che il problema sia fisiologico, inevitabile, quasi folkloristico.
Ma non c’è nulla di folkloristico in una città che all’alba si risveglia tra rifiuti, urina, bottiglie e insonnia.
Una città seria non combatte la malamovida con i comunicati. La combatte con presenza, controlli, regole chiare e volontà politica. Tutto ciò che, finora, a Pavia è mancato.
Adalberto Ravazzani

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